Occorre preoccuparsi per l’ adolescente solitario?

Io se ripenso alla mia gioventù posso dire serenamente che la cosa di cui ho più sofferto è stata la solitudine. Non tanto perché mi mancassero gli amici, sono sempre stata il tipo del timido audace che fa battutine e battutone per vedere l’ effetto che fa, e socialmente questo funziona. Ma ero la bambina atipica in un paesino culturalmente molto omogeneo, dove tutti erano cugini fra loro. Io avevo solo mio fratello piccolo in un’ altra classe e ci difendevamo come potevamo.

Però diciamo anche che un po’ me la cercavo, perché non riuscivo proprio a sopportare i gruppi del tipo in cui versi il cervello alla cassa comune pur di non emergere troppo. A volte, per dei periodi, avevo qualche amica con gruppo proprio e mi aggregavo, ma non sono mai stata tipo da compagnia. Ricordo dei pomeriggi passati a giocare da sola sotto casa, a palla, scavando tunnel nella sabbia e cazzeggiando in genere ed ero felice lo stesso. Oppure andavo a trovare qualche amica solitaria anch’ essa e chiacchieravamo. Con Loredana, per esempio, non so cosa ci siamo dette per anni, ma ci eravamo trovate. Avevo anche l’ amica tiranna, quella che ogni semestre aveva un’ altra amica del cuore che non ero io, e un po’ ne pativo, un po’ eravamo legate a doppio filo. Perché Sarah era ancora più sola e isolata di me, avevamo tutte e due la madre straniera e quindi una visione del mondo più ampia, parlavamo due lingua in casa, le nostre nonne e i nostri padri erano amici e per un po’ ci hanno provato anche le nostre madri, che il comune background straniero fa tanto per la socializzazione, signora mia.

Al liceo la socialità di gruppo indotta era dominata da Comunione e Liberazione e anche se all’ inizio un paio di volte ho accettato i loro inviti, ho capito subito che la causa comune non faceva per me. più che liberatoria, quella comunione lì la vedevo troppo costretta  a paletti, legacci, accettazione suina di cose stabilite dall’ alto, capi e capetti carismatici e privi di contenuti propri. Meglio sola, anche se ci patisco da matti, che male accompagnata, che ci patirei di più.

La mia prima amica del cuore e resta finora la mia migliore amica, è Vic, e ci siamo conosciute all’ università. E poi nel corso degli anni sono diventata miss Network, che conosce infinite persone e socializza con tutti, anche se non sono mai io a fare il primo passo, perché resto timida. Per dire che più uno va avanti con gli anni, pi`¨allarga i propri orizzonti, pi`¨riesce a fare cose che gli piacciono e che inevitabilmente lo portano a conoscere altra gente a cui piace la stessa cosa, più la cosa si risolve.

Dei miei figli uno è l’ affascinatore di folle, che ha bisogno dell’ apprezzamento del gruppo, e questo nei primi ani di scuola lo portava a fare il clown, e tutti gli volevano bene. Che faticaccia, però, e infatti quando ha smesso ha avuto problemi vari a riscattarsi un posto nel gruppo. Figlio 2 invece da quando è nato è sempre bastato a sé stesso, tanto che a 4 anni la maestra del doposcuola si preoccupava di vederlo giocare sempre da solo o con il fratello e ha preso provvedimenti.

A me sembra comunque che il bambino solitario venga spesso visto come un problema, e se da un lato capisco i genitori che se ne preoccupano, dall’ altro, avendo il fondo orsesco pure io, e che in questi anni mi si sta acuendo enormemente, mi verrebbe da dire: ma lo vogliamo lasciare in pace se sta bene con sé stesso?

Ultimamente mi ha scritto un’ amica molto cara e che sento tanto affine, ma molto recente, che a fine estate mi ha affidato sua figlia diciottenne con un’ amica, e mi chiedeva se secondo me, avendoci parlato fuori dalla normale vita a casa con i genitori, facevano male a preoccuparsi del fatto che era diventata molto solitaria. Ecco cosa mi diceva:

“siamo un po’ preoccupati perché, nonostante lei appaia serena , abbiamo l’ impressione che sia sola o comunque con troppe poche amiche, che a tratti spariscono anche quelle. Nonostante vada spesso a vari compleanni è da un po’ che non ha altre forme di socializzazioni a parte il catechismo ed il teatro. Non avverte il bisogno di condividere la sua vita con gli altri e a noi tutto ciò sembra strano, anche l’ultimo ragazzo che si è interessato a lei non ha avuto neanche la possibilità di frequentarla. Tu che l’hai vissuta lontana da noi dacci un tuo parere ed aiutarci a capire se sono paturnie da pseudo incapacità genitoriali o condividi le nostre impressioni”.

Di botto mi sono ricordata di me a quell’ età. E mi sento di dire che se un’ adolescente è comunque sereno, comunque quello che deve fare lo fa, meglio non preoccuparsi troppo. Molti bambini e molti ragazzi, spesso hanno una marcia in più che nel loro ambiente quotidiano li frena più che aiutarli, perché nessuno li capisce. E allora scelgono anche loro per la tecnica: meglio solo che male accompagnato. Per questi ragazzi però è fondamentale avere una finestra sul mondo, mandarli fuori, magari anche con un lavoretto estivo o come ragazza alla pari, farsi un giro o portarli con sé, perché si rendano conto che ci sono tante vie, tante alternative, tanti ambienti, e che basta riuscire a trovare quello a sé congeniale.  Che detta così la faccio semplice, ma so benissimo pure io quanto dubbi, ripensamenti, fughe in avanti e all’ indietro, comporta il crescere.

Capisco anche che a molti adolescenti anche la scoperta delle infinite possibilità che ci sono dietro la porta di casa potrebbero creare insicurezze e farli chiudere ancora di più nel proprio guscio. Poi ci sono quelli che magari già erano timidi o un po’ insicuri e bastano un paio di batoste di seguito per buttarli giù. Ci sono quelli cupi che si dipingono le pareti della camera di nero, e quelli che stanno sempre a masturbarsi per fatti loro piuttosto che affrontare il mondo.  Si legge in giro di hikikomori, gli adolescenti che si tappano in casa dietro al computer e vivono solo davanti allo schermo. Ci sono quelli che si sfracellano di canne o si ubriacano, con o senza gli amici. E come genitori è normale che se tuo figlio da adolescente prende delle derive che ti devi ancora spiegare, hai paura proprio che prenda una cattiva strada, e come fai a rassicurarti senza andare in panico o assillarlo gratis?

Ma nel caso di E, e anche di C. figlia perfetta di una mia altra amica di blog, direi che sono solo dei normali pesci fuor d’ acqua. Ragazzi che vedono oltre, che sanno che dietro le mura del paesello ci sono infinite possibilità e fintanto che devono aspettare dell’ occasione per uscirne, tocca portare pazienza. Ma non lo dice nessuno che devi per forza adeguarti alle compagne di scuola cretine che ti tolgono il saluto, ti escludono o spargono chiacchiere alle tue spalle. Che devi per forza divertirti con gli amici scout che anche li ci potrebbero essere tante di quelle dinamiche da gineceo, tipiche dei gruppi chiusi, che lèvati. Che tu provi a fare attività di volontariato che ti mettono a contatto con problemi più grandi di te, come per esempio aiutare alla mensa dei poveri e conoscere tante situazioni, e le tue compagne stanno lì a preoccuparsi del colore di smalto che devono mettersi per andare a fare il turno.

E poi il futuro, santo cielo, il futuro. Se penso alle prospettive di futuro che un genitore oggi prevede per i propri figli adolescenti ci sarebbe da spararsi, e un ragazzino più sensibile della media queste cose le percepisce, un telegiornale lo sente, vede i genitori che fanno fatica o temono per il proprio lavoro. E si chiede come andrà a finire per lui o lei da grande. R non sempre gli adulti riescono a dare risposte adeguate, perchè neanche ci fanno caso quali sono le domande.

Non so se vi ricordate, voi adolescenti degli anni ’80, come ci è toccato crescere a noi: tra Chernobyl che ci avrebbe riempito di tumori tutti quanti, la bomba atomica che sembrava sarebbe caduta da un momento all’ altro, il buco nell’ ozono che ci avrebbe ustionati tutti, hai voglia a sperare nel futuro. In una delle presentazioni delle Risposta del cavolo una donna ha raccontato del terrore che aveva lei da ragazzina all’ idea che Russia e America avrebbero fatto scoppiare la terza guerra mondiale, e non sapendo a chi chiedere, le venne in mente di parlarne in confessione e per fortuna le capitò un sacerdote intelligente che la seppe rassicurare.

Ecco, i nostri figli hanno una figura di riferimento al di fuori dei genitori a cui fare le domande che gli fanno paura? Io spero sempre che i nostri continuino a chiedere a noi, ma so che nell’ adolescenza diventa più difficile parlare di tutto con i genitori, anche per proteggerli dalle nostre paure, ed allora spero davvero che tutti abbiamo l’ insegnante comprensibile, l’ allenatore modello d vita, lo zio o la zia o il genitore del tuo migliore amico. Per questo considero un enorme privilegio avere a volte le nipoti e le figlie degli amici che mi danno uno specchio degli adolescenti di adesso, e sono orgogliosa dei miei amici che mi considerano affidabile abbastanza da mandarmi i loro figli e fidarsi di me quando hanno dei dubbi.

Perché dopo lunga ed esaustiva analisi che vi risparmio, pare che con E. ci abbia preso in pieno e i suoi genitori si sono sentiti confermare quello che pensavano già anche loro, ma che essendo giustamente i genitori, avevano il dubbio di non sbagliarsi. Che poi ci vuole poco di questi tempi a ritrovarti un figlio bimbominkia EMO e poi che fai, mica lo puoi prendere a calci fino a che rinsavisce?

Insomma, l’ adolescente può diventare improvvisamente solitario per tanti motivi e pur non escludendo anche quelli seri e preoccupanti,  magari in fondo è una fase temporanea e sta bene così. Per questo una volta ai certi maschi faceva bene la vita militare (ma ad altri li ha rovinati) e se non vanno all’ università ad arrangiarsi da soli, uno stage, un lavoretto stagionale, un campo di volontariato, ma anche solo andare a lavorare dagli zii all’ estero fanno molto per aprire gli orizzonti nell’ età difficile.

Certo, poi la mia consanguinea che si è fatta bocciare da due facoltà diverse, era andata a fare la cameriera nel locale fighissimo di lap-dance dove guadagnava molto e rientrava sempre a mattina dopo essersi ubriacata con i colleghi dopo il lavoro, mandata dallo zio d’ America a vedere cosa voleva fare e trovando la sua strada con una facoltà che le era tagliata addosso, e intanto fare lavoretti per mettere i soldi da parte, è riuscita a ubriacarsi in un locale, farsi spintonare da fidanzata altrui gelosa, rompersi un polso, preventivo operazione 15.000 dollari che non ha nessuno e rispedita a casa da sua madre che già solo alla notizia ha ricominciato a farsi alternativamente di Valium e Prozac (sto inventandomela questa, ma che mia zia iperventili non ho dubbi), non sembra corroborare quanto ho detto sopra. Ma il fatto è che la consanguinea non è mai stata un adolescente solitario e silenzioso. Avercene.

 

“La risposta del cavolo” e il metodo Summa

Cop_SUMMAIstruzione preliminare se vi steste chiedendo: ma a che cavolo serve un libro del genere? Guardatevi questo video che spiega esattamente a cosa è servito a Chiara. Io lo dico a modo mio qui sotto.

Che scrivere libri non fosse catartico l’ avevo bello che capito con Statale 17, storie minime transumanti, che era stata la mia risposta di pancia e sentimentale al senso di perdita e disorientamento che ti succede dopo un disastro naturale che cancella coordinate presenti, passate e future. Ma in certe circostanze, così mi hanno assicurato i vari lettori con cui ci siamo sentiti in proposito, è un grande aiuto per chi legge.

Il mio secondo libro, già dal titolo, La risposta del cavolo, guida semiseria per genitori disperati alle domande dei bambini su sesso e società, sembrava una cosa diversa. Che ti vuoi catartizzare, i miei figli hanno sempre fatto e continueranno a farmi ininterrottamente domande che richiedono una risposta lucida e immediata e me le faranno tipicamente in quei momenti no. Ma il bello di scrivere libri è la condivisione.

Infatti nel libro ho potuto raccontare non solo i fatti nostri, ma anche quelli di tanti bambini e genitori che ce li hanno voluti raccontare e questo mi ha portato, strada facendo, ad elaborare una mia teoria sulla visione del mondo che trasmettiamo implicitamente (e anche esplicitamente) ai bambini quando rispondiamo alle loro domande. Qualsiasi domanda. Insomma, strada facendo è diventato un libro serio, e non solo più la raccolta di aneddoti divertenti da cui è partito.

Tantevvero che sono riuscita a convincere Massimo Giuliani, un uomo che non potrei descrivere meglio di quanto faccia lui stesso, come “Fabbricante professionista di metafore. Sperimentatore dilettante di sé ipertestuali.” a scrivere una prefazione, dopo che mi aveva detto due cose carine alla mia richiesta di dare un’ occhiata alle bozze.

“Senti, mi sono commossa, mi fai la prefazione?”

“Tu non lo sai, ma è sempre stato il mio sogno fare una prefazione a qualcuno”.

Poi uno dice le amicizie virtuali che si fanno reali. Perché io di Massimo so tante cose e ci scriviamo e leggiamo vicendevolmente da anni, ma giusto ad agosto ci siamo visti in faccia per un caffè all’ Aquila, città in cui abbiamo vissuto in momenti diversi.

Alcune cose scritte da Massimo si ritrovano nello spazio dedicato dall’Unità a La risposta del cavolo. Che se permettete, vedere il proprio nome sull’ Unità, io che la prima educazione al sesso, mondo e società me l’ ha data la santa zia Filomena, maestra, monaca di casa e scrittrice pure lei (nella mia famiglia siamo portatori insani del gene della divulgazione, evidentemente, e già da 4 generazioni documentate), dicevo, zia Filomena che ha fatto da padre a mio padre orfano e quando lui insegnava, si teneva i soldi per le sigarette e la benzina e lo stipendio lo dava a lei da mettere nel libretto postale. Zia Filomena che porella, lo dico nel libro, mi ha insegnato a 4 anni che se un uomo ti possiede carnalmente poi diventa il tuo padrone e quindi meglio evitare alla base e rimanere libere di corpo e di pensiero. E zia Filomena, di nuovo, l’ anno che mio padre decise di farsi in tenda con un collega il giro delle capitali europee e saputo che andavano pure in URSS, a lei che era la presidentessa delle donne cattoliche, teneva l’ elenco dei terziari francescani eccetera, dissero che per avere il visto per l’ URSS occorreva essere membri del PCI. Apriti cielo, minacciò di sequestrare i soldi risparmiati pur di non perdersi l’ anima di questo nipote tirato su come un figlio.

Se l’ avesse fatto papà non sarebbe partito, non avrebbe conosciuto mamma, non si sarebbero riprodotti, io non nascevo e di conseguenza i miei figli col cavolo che sarebbero riusciti a farmi domande del cavolo a cui avrei dato risposte del cavolo. Poi uno dice le coincidenze.

Ma la vera scoperta nata dalla condivisione è stata la presentazione fatta da Silvia Tropea, che come opperbaas di GenitoriCrescono, ovvero grande capa parimerito con Serena e Avvocata Nostra, ha detto cose illuminanti e geniali. Cioè, io non credevo davvero di essere stata tanto intelligente a scrivere questo libro, ma Silvia dice che la cosa veramente interessante dello stesso è che dietro c’ è un metodo.

“Insomma, la tua Weltanschauung,” mi fa l’ amica Monica filosofa Pythya. Che qui gli amici filosofi, estetologi, estetisti, si sprecano.

Ragazzi, ciò il metodo e pure la Weltanschauung  (seguite pure il link se anche voi, come me, i concetti filosofici ve li dovete ripassare).

Che in soldoni si riduce a questo, il mio metodo: Genitori, la vita è dura. Ci avevano promesso la nuvoletta rosa, i trottolini amorosi, i sorrisi sdentati e le guanciotte, i piedini paffuti e lo strazio di tenerezza che ti viene quando guardi tuo figlio dormire. Non solo il figlio bambino, perché mio padre faceva lo stesso anche quando eravamo più alti di lui, quando chiudeva l’ albergo e veniva a dormire, si affacciava un attimo in camera nostra per guardarci dormire. Pochi ci hanno avvertito su tutto il resto. Le notti insonni, i pannolini caccosi, la depressione postnatale, la depressione che nei blogger genera inevitabilmente il post di Natale, i bulli a scuola, la gente che, qualificata o meno, sta lì tutto il tempo a predire che tuo figlio è/diventerà dislessico, autistico, nevrotico, isterico, celiaco e peggio. E sarà tutta colpa tua che sei un genitore incapace.

Invece non è vero. Io dico solo che se ce l’ hanno fatta i nostri genitori a tirar su noi fino all’età riproduttiva, un minimo di credito ce lo dobbiamo dare, perché  l’ evoluzione della specie esiste e noi sicuramente faremo meglio dei nostri genitori. Genitori, facciamoci coraggio, siamo tutti nella stessa barca e già che ci siamo, possiamo anche farci una nuotata per rilassarci in una bella giornata di sole, e poi riprendere la navigazione.

Insomma, il metodo consiste molto semplicemente nel chiederci: ma noi che visione del mondo abbiamo? E che visione del mondo vogliamo trasmettere ai nostri figli? E una volta che ce lo siamo chiesti, prendere posizione. Nulla di più, ma prendere posizione, anche nel segreto della nostra testa, delle volte si fa fatica. E poi diciamocelo, mica è solo una questione di spiegargli i semini e le ovette. Dobbiamo spiegargli il rispetto di sé e del proprio corpo come difesa dalla vita, i pericoli e le bellezze di usare Internet, il mondo che cambia intorno a noi. Se non ce lo siamo chiariti noi, rischiamo di dare messaggi confusi ai bambini. Ma il bello è proprio che i nostri figli, anche con le loro domande o con le risposte che si danno da soli, ci aiutano a capire meglio il mondo che ci circonda. Insomma, la genitorialità è un viaggio bellissimo da affrontare insieme. Facciamolo.

“Spero innanzitutto di avere dimostrato che esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”
(I. Calvino)