Dio li fa e poi li accoppia – sesso, amore e AD(H)D

Sto leggendo un libro molto interessante e faticosissimo, un manuale americano di autoaiuto per adulti con l’ ADD, che è la denominazione più generica di chi soffre di deficit di attenzione con o senza iperattività. A me piace però di più l’ acronimo (AD(H)D e quindi userò questo. Faticosissimo perché riconosco tante di quelle cose che faccio proprio fatica a leggerlo, un capitolo alla volta, e poi schianto e ho bisogno di tempo per assorbire e sedimentare. Appena lo finisco ne farò una recensione.

Ma un po’ leggendo questi bei manuali di autoaiuto con tante storielle paradigmatiche di gente, un po’ i commenti ai post precedenti, sia sul blog che in privato, che mi hanno fatto scoprire tante persone che conoscevo, ma di cui non sapevo che condividessimo questa situazione, io mi sono fatta delle riflessioni. Che peraltro mi facevo già da prima. che ancor più peraltro, se conosco tutta questa gente con robe simili alla mia magari neanche è un caso. Insomma, tutto questo lo riassumerei nel detto: dio li fà e poi li accoppia.

Ora questa cosa del dio li fa e poi li accoppia non funziona solo per noi adulti, che a un certo punto ci cerchiamo, troviamo, annusiamo anche per delle similitudini, visioni del mondo condivise, odore di cuccia simile e cose del genere, e non a caso spesso e volentieri abbiamo amici che in qualche modo ci assomigliano.

Io lo vedo anche tra i bambini piccoli: i miei figli da quando hanno iniziato a socializzare hanno sempre certi amici abbastanza tipici: spessissimo sono bambini biculturali, che o perché vengono da famiglie multilingue/multiculturali come la nostra, o perché hanno vissuto all’ estero, in qualche modo condividono una certa aria di famiglia. Ce lo diciamo spesso esplicitamente tra genitori: questi bambini si annusano, si riconoscono e in qualche modo hanno piacere a stare tra di loro perché sanno che c’è più accettazione e meno pregiudizio.

Poi figlio piccolo che è uno che non ama le folle, ma pochi amici e ben selezionati, ha sempre avuto da quando ha due anni un certo tipo di amichette tipiche: ragazzine decise, determinate, vitali, chiacchierone, che in qualche modo lo tirano fuori dal suo guscio taciturno, con cui parla ininterrottamente per ore, che magari non vede per mesi o per anni, ma quando si rivedono è come se si fossero lasciati un secondo prima. E loro lo trovano molto cool proprio perché a lui non interessa, in realtà secondo me ancora non l’ha capito bene, che i maschi alla sua età si atteggiano per essere cool con le femmine. E lui piace a quelle a che non si fanno impressionare dagli atteggiamenti.

“Va bene, fa una mia amica che le conosce le amichette di mio figlio, ma scusa, tu come sei? Lui è abituato a te”. Ah, già.

Ecco, allora io noto che tutta una serie di miei amici e conoscenti con robe tipo la mia, diagnosticata o meno, in qualche modo si trovano dei partner che assomigliano un po’ al mio: gente strutturata, organizzata, pianificata, che poi si innamora del senso di leggerezza, energia vitale e scompiglio che io regalo al mio (e lui non lo nega, anzi, lo ha dichiarato in televisione a un programma che si chiamava Love and cooking, in cui questa troupe si è piazzata a casa nostra un giorno per filmare me e il loro chef che facevamo gli spaghetti alla chitarra, e lui alla domanda: ma pensi di esserti italianizzato un po’ dopo tutti questi anni con Barbara, ecco, il mio maschio taciturno del nord si è lanciato in una dichiarazione entusiastica sul senso di leggerezza che ho portato nella sua vita, che io con gli occhi piangevo e con uno dei 40 schermi che mi si agitano nella testa pensavo: se mai dovesse finire a schifìo con uno di quei divorzi in tribunale ecco, io posso portare la registrazione di questo programma come prova a mio favore, signor giudice, se si appella alla crudeltà mentale, be, si sta contraddicendo.

Perché sarà pur vero che dio li fa e poi li accoppia, e l’amore sarà pure una cosa bellissima, ma poi il quotidiano ci si mette di mezzo e tutta questa carica vitale di leggerezza ed energia è anche un’ottima fabbrica di stress ed emicrania, mentre tutta questa programmazione e organizzazione, ti salverà pure la vita, ma chebarbachenoia pure lei. Perché l’amore non è bello se non è litigarello.

E insomma, sarà pur vero che il mio manuale dice che una delle caratteristiche degli AD(H)D è anche questa frammentazione dell’ esistenza e del quotidiano, una sfilza di lavori diversi, amori diversi, cose iniziate e mai finite che costellano la nostra vita, però a mettersi d’ accordo che in fondo il mondo gira, ma in mezzo ci siamo noi col nostro amore and all that sort of things e cerchiamo di darci degli strumenti o delle reti di salvataggio che nascono dalla consapevolezza dei nostri limiti e dalla voglia di aiutarci reciprocamente a superarli, ecco, io direi che è una gran fortuna che dio li fa e poi li accoppia.

Perché se pensiamo che in fondo questa sindrome ha una forte componente ereditaria, e non c’è neanche bisogno di leggere un manuale in proposito, mi basta guardare a mio padre che era messo pure peggio di me, io devo riconoscere che il gran culo che abbiamo avuto io e Summa senior è stata la presenza in famiglia di persone fortemente regolarizzanti e strutturanti che hanno formato la roccia a cui ancorarci.

Innanzitutto zia Filomena, la sorella maggiore nubile, insegnante, con cui mia nonna è andata a vivere rimasta vedova e con due figli. Mio padre ha sempre dichiarato che zia Filomena gli ha fatto da padre: severa, inquadrata, lo amava enormemente e ha fatto di tutto per dargli una mano a prendersi almeno un diploma, quando tutti dicevano a mia nonna: ma mandalo a bottega da un sarto. Mio padre grazie agli aspetti belli del suo AD(H)D si è emancipato in maniera straordinaria da quello che era il suo ambiente di provenienza e ha creato le ali che hanno permesso a tutti noi di colarne fuori.

E l’ altra sua grande fortuna è stata di essersi innamorato di mia madre, una ragazza concreta, pratica, fattiva, che lo amava per il bambino spaventato che lei percepiva dentro di lui e che lui forse solo a lei permetteva di vedere.

Zia Filomena e mia madre sono state le due figure che hanno permesso a me di diventare quella che sono. Io senza la tutor privata a casa che mi ha impostato durante le elementari, non so se sarei riuscita così bene nella vita. E a volte mi sono chiesta come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto dei genitori che mi seguivano come io e maschio alfa nel bene e nel male seguiamo i figli. Se avessi avuto una mamma come quella di Franca che tutti i pomeriggi si sedeva accanto a lei al piano per farla esercitare, magari pure io avrei fatto il conservatorio. Che in fondo sparsa sono sparsa, ma avevo questa convinzione rigidissima e calvinista da parte di madre che una cosa quando la cominci la finisci.

Ho odiato ogni secondo del liceo scientifico a cui mi hanno iscritto a forza i miei, ma dopo il primo anno non mi sono mai posta la questione di cambiare scuola. Ci sono e lo finisco (e maschio alfa mi ha fatto notare che i miei forse non mi hanno potuta seguire di persona ma mi hanno pagato grandi ripetizioni di matematica e fisica, e mi hanno affidata al santo Zio Carlo che mi ha fatto promuovere ogni anno). In qualche modo. insomma, io sono la prova vivente che non esiste gente che non riesce a imparare la matematica, esiste però gente che ha tempi più lunghi e metodi diversi. Il che mi porta a un ottimo commento dello scorso post: perché non modifichiamo il sistema scolastico per accogliere tutti?

Poi mi sono innamorata di B. che voi conoscete come maschio alfa. E mentre studiavo a Groningen, una sera andai a cena da Yvonne e Gertude, che sarebbero andate al mio posto a fare l’Erasmus a l’Aquila, per conoscerci e scambiarci informazioni. E sentito che avevo da poco un ragazzo olandese “Dai, tira fuori la foto, non ci credo che non ti porti dietro la sua foto”, io tirai fuori dal portafoglio una fototessera per sentirle dire: “Ma dai, non ci credo, è B.”. “Come è B., fai vedere, ma si è proprio B.”, che nelle piccole città di provincia se non hai fatto il liceo con qualcuno comunque lo hai incrociato all’ università.

E conclamata la sorellanza immediata anche con Yvonne e Gertrude che vedevo per la prima volta, e discussi gli uomini, i mariti, i fidanzati e gli italiani e gli olandesi, e giunta io alla conclusione che in effetti certi aspetti di B. mi ricordavano alcune cose di mia madre polacca, ah, questi nordici e le loro comuni radici, mi sentii rispondere:
“Capirai, è sempre così, ma Freud non te lo sei mai letto?”.

No, Freud non l’avevo letto allora e non l’ho letto neanche oggi. Ma mi basta sapere il proverbio: dio li fa e poi li accoppia.

Per questo non mi meraviglio troppo quando incrocio certe coppie improbabili da quanto sono diversi, non mi meraviglio che noi svolazzanti ci innamoriamo di persone radicate e il messaggio che vorrei dare a tutti a conclusione di questo abominevole piezz’ e core è:
Quando il vostro partner sta per farvi uscire dai gangheri per quanto è disorganizzat*/petulante/caotic*/noios*/isteric*/rompipalle/stronz* consolatevi: un motivo per cui ve ne siete innamorati c’è e lo conoscete solo voi, fosse pure la voce del bambino spaventato che si porta dentro ben nascosta al mondo. Se vi aiutate a crescere, questo è l’ importante, il resto sono dettagli minori, su cui scannarsi quotidianamente, volendo, ma che non devono essere il motivo per restare insieme o per lasciarvi.

E al mio amico che avrebbe tanto bisogno di innamorarsi di una donna strutturata che gli faccia almeno una bimba, che gli farebbe tanto bene, ma si lamenta di attrarre solo psicopatiche, io vorrei dirgli: comincia a guardarti meglio intorno o trovatene uno bravo, che tutto è risolvibile. (Sul fai un figlio che ti passa, ci tornerò sopra in seguito).

10 cose da non dire a chi ha a che fare con l’ ADHD

Ci sono scesa un po’ a patti nel frattempo, ma scoprire da adulto che hai l’ ADHD è sempre una botta. Facciamo finta che tutti abbiamo un minimo presente di cosa sto parlando quando dico ADHD, tanto questo post è appunto per ricordarci cosa ne pensa chi ne sa poco e niente. Poi quando ho sedimentato ancora un po’ cercherò di spiegare cosa sia esattamente, come me l’hanno diagnosticata (e le cantonate prese per strada) e le fonti di informazione affidabili che ho trovato in giro e ve ne scriverò a parte.

Ammetto di aver sofferto a non dirlo prima. Non a caso quando proprio non ce la facevo più a tenermela, mi sono limitata a una roba un po’ generica. Non so, magari lo sarebbe lo stesso se mi avessero diagnosticato i piedi piatti, la celiachìa o la presbiopia (ah, fermi, quest’ultima me l’ hanno appena scoperta e dopo 4 decenni da ‘cecata’ non riesco ancora a farmene una ragione, io con gli occhiali da lettura vedo appannato, con quelli vecchi da miope/astigmatica no). Comunque ti ci devi abituare. E io intanto che mi abituavo cercavo di tenere a mente i lati positivi che mi ricordava la mia psicologa. Tutto questo ha portato a una bellissima chiacchierata con Miss Nathalie Finch che essendo per mestiere dall’altro lato della scrivania qui ha spiegato ottimamente come funzionano le diagnosi ai bambini.

Io intanto parlo per me che sono adulta. Ci vuole un po’ di tempo per capire che una serie di cose che mi hanno sempre dato noia nella vita (e fingo di andarci su leggera, eh) in realtà non le posso proprio influenzare. Il tuo cervello funziona così, con quei doni e quei limiti e basta farsene una ragione. Disse quella che ha passato 47 anni a sentirsi disadattata e diversa dagli altri, ma in fondo siamo tutti i diversi di qualcun altro, so what’s new?

Ancora più difficile è dirlo in giro, perché la gente che ti ha sempre conosciuto (e apprezzato) così cosa vuoi che ti dica? E la gente che ti conosce poco, cosa vuoi che ti dica? E in generale, ma dell’ ADHD cosa si sa in giro? Non chiedetelo a me che forse per motivi di pura sopravvivenza ancora non mi metto per bene dietro google per informarmi, quindi posso solo dire quel paio di cose su cui sono inciampata io. Che sono ridotte, personali e di parte, quindi praticamente di nessuna utilità per chicchessia. O forse si.

Eccovi quindi le cose da non dire a che ha l’ADHD, tranne me che nel frattempo per scriverle me le sono elaborate, oppure ho già sfanculato il primo che me l’ ha dette e adesso posso gestire meglio i prossimi.

1) Ah, queste malattie di moda

Ecco, vai magari a dirlo a uno che ha un tumore raro, l’ebola, l’ AIDS o qualcosa di più facilmente quantificabile. Ah, non glielo diresti? Come mai? (E comunque è una sindrome, non una malattia).

2) Ah, ma è quella cosa dei maschietti troppo vivaci?

Si, quella, ma non viene solo ai maschietti. Viene anche alle femminucce. E non viene solo ai bambini. Ce l’ hanno anche gli adulti. E non si esprime solo con irrequietezza e vivacità, quello è il sintomo “facile” che non hanno neanche tutti. Insomma, io sono femmina, adulta e relativamente tranquilla fisicamente, anzi, proprio pigra. Ma ce l’ ho, talmente inequivocabilmente che quando mi è arrivata una bella diagnosi scritta la prima reazione di chi mi vuole bene e mia è stata: ma come mai non ci abbiamo pensato prima?

3) Si, ma secondo me non hai l’ ADHD (qualsiasi cosa ciò voglia dire), è che tu sei un tipico gemelli, sempre sognatore e con la testa fra le nuvole

Il meccanismo di minimizzare per consolare e sdrammatizzare lo capisco, è umano, io l’ho applicato allo sfinimento con gli amici (molti dei quali essendo più civili di me non mi hanno neanche sfanculata) ma non aiuta, anzi, irrita. Io sto facendo una fatica enorme per accettare questa cosa, perché la devo accettare, la devo capire e me la devo fare amica visto che me la devo tenere, per cortesia non banalizzare tutto questo, anche se è un processo invisibile e ti sfugge. E io sono già stanca di mio. Provaci tu a vivere ogni minuto, ogni giorno della tua vita con 40 schermi che urlano a tutto volume una cosa diversa nella testa, senza meccanismi efficaci per filtrarli, che poi l’ oroscopo lo riscriviamo insieme.

4) Si, ma adesso diagnosticano queste cose a chiunque e prima non ce l’ aveva nessuno, secondo me è una scusa (per vendere medicine, per dare una scusa ai pelandroni, per controllarci attraverso le scie chimiche, perché i vaccini e big pharma e il complotto plutogiudaicomarziano).

Questa mi fa incazzare, ma tanto, per motivi che non sono in grado di spiegare razionalmente. E piantatela di linkarmi Robinson perché sono perfettamente d’accordo con lui sulla situazione di iperdiagnosi negli USA, a cui sottendono metodi di testing e politiche scolastiche nei diversi stati, ma appunto, non è il mio caso e la diagnosi non me l’ha fatta una maestra stanca ma una batteria di gente che ne sa. Questo TED Talk mi piace, ci credo, ma appunto, l’ epidemia di ADHD di cui parla non è la mia

5) Ma mica prenderai le medicine?

Si, all’inizio non capivo se mi servissero o meno, se facessero una differenza o meno. Poi ne dovevo prendere due al giorno, e io a prendere al mattino ci arrivavo, ma la pasticca di mezzogiorno proprio non riuscivo a ricordarmela manco segnandomi l’allarme sul telefonino. Ho smesso di prenderla per sciagurataggine due settimane (ahò, in fondo ho l’ ADHD, ci sta che mi scordi di farmele riprescrivere quando finiscono) in cui dovevo organizzare un sacco di cose ed è stata un’ esperienza così stressante da farmi ricredere.

A me la medicazione fa davvero tanto, in meglio, non è detto che sia così per tutti. Proverò altre cose ma intanto va bene così. In Italia peraltro il Ritalin costa meno dell’aspirina, così, sempre per tranquillizzare i complottisti da Big Pharma, che mi chiedo cosa si prendano quando hanno il mal di testa. E no, non mi cambia il carattere. Sono sempre io. Riconoscibilissima. Ma mi stanco meno, mi stresso meno e ho più tempo di tirare fuori quei lati piacevoli, che sempre miei sono, e che conosciamo bene.

6) Ma sono psicofarmaci, sono pericolosissimi, è stato dimostrato che hanno sul cervello lo stesso effetto della cocaina

Ormai gli articoli allarmistici ad minchiam si riconoscono dallo stile e dalla mancanza di argomentazioni serie, sostituite dalla suggestione. Me ne avete spediti a chili con le migliori intenzioni, ma o ve li leggete voi criticamente prima o piantatela, che reggere una diagnosi del genere già è faticoso di suo. Si è vero, se sniffassi il principio attivo in quantitativi equivalenti alla dose di cocaina che mi brucerebbe il cervello avreste pure ragione. Ma a parte che nessuna ricetta ne contiene tanto, poi stare lì a polverizzare e sniffare, ma dai, siamo seri. le dosi che prendo io sotto assiduo controllo medico non sono neanche lontanamente paragonabili (a parte che continuo a scordarmi la seconda pasticca e quindi ne prendo ancora meno).

Facciamo così, tutti quanti abbiamo sicuramente dei conoscenti che ammettono di farsi di coca lucidamente nel weekend a scopo ludico e rilassante che tanto non gli succede niente, loro si che se la sanno gestire. Andate prima a dirlo a loro che si bruciano il cervello e regalano i soldi alle mafie che poi ci fanno cose che rovinano la vita, direttamente o indirettamente anche a noi. Il risultato è triplice, vi cavate dalle mie scatole, vedete a scopo di studio antropologico che vi rispondono loro e fate opera meritoria contro le mafie. Ah, già, ma voi magari vi fate le canne lucidamente e state benissimo. Vi dirò, sto bene pure io che non me le sono mai fatte.

7) Ma ai tuoi figli la daresti?

Se ve ne fosse necessità e alle stesse condizioni con cui la prescrivono a me, certo, di corsa. Il punto è che nei miei anni di volontariato a scuola ne ho visti alcuni di bambini ridotti talmente male a causa di un problema non meglio determinato, una bimba giù di morale, depressissima e con l’autostima a zero che faceva cose che oggettivamente rischiavano anche di metterla in pericolo (e mandare in galera noi sorveglianti).

Un altro ragazzino, neanche cattivo, visto che l’ ho conosciuto al nido di mio figlio e l’ho visto crescere, a un certo punto stava diventando un pericolo per sé e per gli altri quando partiva con i cinque minuti di aggressività. A scuola non si poteva dire niente per via della privacy, poi seppi che la madre, con una diagnosi e tutto, comprensibilmente aveva avuto paura delle medicine e rifiutava di farlo medicare. Fino a che non è finito in una brutta rissa, è intervenuta la polizia e i servizi sociali, qualcosa deve essere successo perché nel giro di una settimana è cambiato da così a così ed è tornato il ragazzino gentile che ho conosciuto da piccolo. Con grande sollievo di tutta la scuola. E della madre, con cui poi ho parlato. (Una dei rappresentanti dei genitori si lasciò sfuggire: “si vede che gli hanno cambiato dosaggio”).

Sono cambiati da così a così nel giro di una settimana, hanno finito bene la scuola e sono riusciti and andare alle superiori che volevano, sono diventai felici, hanno ricominciato a socializzare, a una è venuta la botta creativa che evidentemente prima era troppo deconcentrata per dedicarcisi, si è rimessa a fare danza che aveva dovuto interrompere e l’hanno scelta come comparsa per un musical nazionale che non vi cito, anche se lo stanno dando adesso.

Ma guarda, se sapessi che fanno bene così a prescindere pure io inizierei a prescriverle come party pill. Purtroppo non sono la pillola magica che funziona per tutto e tutti, non a caso sono controllatissime e per fortuna da noi si vendono solo su prescrizione di uno specialista. Come è giusto che sia.

8) Ma non si conoscono gli effetti a lungo termine

Oddio, in fondo è stata brevettata solo negli anni ’50, magari invece gli effetti su certi tipi di indicazioni sono pure noti. Se io fossi un’ adolescente magari me la prescriverebbero solo per un certo periodo, visto che i bambini crescono, si evolvono e tante cose passano.

E comunque farei una considerazione diversa:

Vedi sopra, la bimba depressissima e autostima a zero di cui vi dicevo sopra ha rischiato più di una volta, con le reazioni e le cose che faceva per disperazione, di sfracellarsi per sbaglio dal tetto, impiccarsi e simili. Se un bambino di manco 7 anni rischia questo, ma sai quanto gliene frega ai genitori l’ effetto che avrebbe potuto fargli fra vent’anni la pillola se nel frattempo a vent’ anni non ci sarebbe mai arrivato?

Insomma sembra la dietologa che voleva mettere a stecchetto mia nonna a 92 anni portati benissimo e dopo una vita di frugalità al limite degli stenti: “Dottoressa, ma alla mia età neanche un peccato di gola posso più fare, visto che degli altri non mi è rimasto niente?”

9 e 10) Eh, quando ho scritto il titolo ce le avevo tutte in mente, e forse anche qualcuna in più

Adesso mi sfuggono. Però cosa volete che vi dica, il sintomo fondamentale del deficit di attenzione con o senza iperattività (ADHD o ADD per gli amici) è quello di non avere filtri che dicano al mio cervello qual era di nuovo la cosa su cui mi dovevo concentrare proprio adesso tra le 30 – 40 che mi urlano in testa. Facciamo così se mi torna in mente ve lo dico un’ altra volta. Anche perché ce n’è da dire.

E a questo punto una domanda ve la faccio io: se non fosse un handicap – perché di questo si tratta – invisibile, come ce ne sono tanti, voi la stessa cosa la direste a qualcuno con una diagnosi più nota e visibile?

 

Il bello di avere l’ADHD

video“E quindi è tutta colpa tua, io l’ho ereditato da te”. Il ragazzino ride in faccia al padre nello studio della psicologa.
“Embè, di che ti lamenti, non hai sentito la dottoressa che ha appena finito di spiegarti tutte le cose bellissime che hai? Energia, creatività, la capacità di fare 30 cose tutte insieme. Meglio di così. Che volevi ereditare, dei soldi, che a parte che non ce l’ ho, sono pure una cosa tanto volgare?”

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Tempo fa lessi questo articolo di Pietro Barbetta, che tra l’ altro link a all’ inizio alcuni articoli sull’ argomento. Nell’articolo, che sottoscrivo in buona parte, anche se a una prima lettura mi fece incazzare, lo si dice senza mezzi termini:

“Oggi il bambino vivace è diventato un ADHD. Acronimo americano buono per il DSM, altro acronimo americano. Oggi parliamo per acronimi, gli acronimi coprono le origini, gli acronimi svolgono solo funzioni. Oggi non importa più neppure sapere da quali parole sono composti gli acronimi, anzi è meglio che non si sappia.

ADHD significa attention deficit hyperactivity disorder, ovvero disordine da deficit di attenzione e iperattività. I bambini vivaci sono patologizzati e le competenze per il loro trattamento sono diventate tecnologiche. In primo luogo farmaci. Si sostiene che i bambini affetti da ADHD hanno comportamenti impulsivi, che possono diventare adulti con disturbi di personalità (antisociali, borderline). Avete mai incontrato un bambino non impulsivo? Si è mai pensato, prima di quando l’ADHD diventasse una diagnosi diffusa, che l’impulsività non fosse una caratteristica costitutiva del bambino?”

Negli ultimi 2-3 anni ho avuto per caso o per voglia, a che fare con diverse famiglie che si sono trovate a gestire un percorso diagnostico sull’ADHD. E ho imparato alcune cose che in perfetto stile Mammamsterdam non potevo evitare di condividere con tutti voi. Eccoci qui.

*****qui inizia una delle mie ben note digressioni sul tema, se vi volete saltare le verbosissime considerazioni preliminari e andare direttamente alla comoda lista a punti in cui vi elenco il bello di avere l’ADHD, saltate tutto a piè pari e ci vediamo in fondo dopo le altre stellette*****

Non ci sono mancati i casi di diagnosi ad mentula canis, come la mia amica convocata dalle maestre dopo un paio di mesi di prima elementare che con toni allarmantissimi le ingiungevano di drogare il figlio, violento e ingestibile oltre ogni dire, o altrimenti non glielo tenevano in classe. Dopo la prima botta di disperazione, seguita dalla botta di rabbia, è saltato fuori che da due mesi il bambino passava ore e ore a fare i giochetti col computer in corridoio, con l’occasionale supervisione del bidello. Motivo? Boh.

I genitori sempre e comunque disperati, e nel frattempo anche incazzati con la scuola, e preoccupati del futuro scolastico del bambino che intanto aveva perso due mesi, gli cambiano immediatamente scuola, trovandone una privata dalle monache che lo prende, con giardino e supporti vari, a caro prezzo ma non puoi far perdere altro tempo a un bambino in prima elementare. Nel frattempo sempre con grandi patemi e dispendio di nervi e soldi, il bambino è stato esaminato, testato, rivoltato come un calzino da persone competenti, come dire psicologi e psichiatri infantili. Per concludere che non ha assolutamente niente, al limite è un po’ vivace e bastian contrario, ma non si droga la gente per questo. La nuova scuola non ha nulla da ridire sul suo comportamento e se ce l’ ha, se lo gestiscono in altri modi. I genitori sollevatissimi. Io incazzata per la proprietà affettuosa transitiva.

“Ma almeno hai denunciato la prima scuola e le maestre? Con quello che ti costa il diritto all’ istruzione di tuo figlio?”
“Sai com’è, ne siamo usciti talmente sfiniti che proprio non ho voglia più né di vederli né di sentirli.”

E come darle torto. Poi su questa mania di dare il ritalin a normali bambini vivaci ormai se ne leggono e sentono di tutti i colori, che uno è per forza contrario per principio.

Il motivo per cui l’articolo citato all’ inizio e altri simili mi fanno un po’ incazzare è che sembrano voler bagatellizzare, in un certo senso chi il deficit di attenzione ce l’ha sul serio. Da persona notoriamente molto distratta, mi rendo conto perfettamente di quello che intende dire una definizione che ho trovato in giro: avere un deficit di attenzione è come avere in testa 40 televisori, tutti al massimo del volume e ognuno su un canale diverso. Non fai a tempo a riconoscere il tuo attore preferito in uno dei televisori che lo schianto del Boeing sulla’ altro, il concerto di capodanno sul terzo e una serie di altre cose interessantissime lottano per portare la tua attenzione sul loro programma. Mi viene il mal di mare solo a pensarci che c’è chi vive così.

Che specialmente in America, e piano piano nel resto del mondo occidentale, si diagnostichino (o si fingano di diagnosticare) sempre più spesso dei bambini con qualche acronimo lo sappiamo. È un bene, è un male? Io penso che lo si possa paragonare alle denunce per stupro: fino a che nel comune sentire uno stupro era colpa e stigma sociale della vittima a cui si rideva in faccia o peggio se provava anche solo a denunciare, secondo le statistiche di denuncia non esisteva quasi stupro nella società e se esisteva, capitava solo alle Marie Goretti che per evitarlo si facevano ammazzare. Chi sopravviveva, per definizione, era consenziente. Adesso che un minimo di sensibilità individuale e comune sentire in proposito è cambiato si assiste al boom di stupri, persino nella lontana India.Si stupra di più, oggigiorno, o si denuncia di più e ci si indigna di più? Ecco, con le diagnosi di ADHD secondo me è la stessa cosa.

Non è che quando eravamo piccoli noi non esistessero i bambini ADHD, dislessici autistici e che in qualche modo emergevano dal contesto e ‘davano fastidio’. Esistevano, ma erano considerati sfaticati o delinquenti a cui spezzare le reni. A bacchettate, se necessario. Mio padre, insegnante alle medie, raccontava dei genitori che gli si raccomandavano di menare al figlio se si comportava male, che poi a casa gli davano il resto loro. Trovateneme uno di quegli ex-bambini terribili che senza una famiglia illuminata e provvista di mezzi economici alle spalle sia riuscito bene nella vita. In genere hanno ripetuto 2-3 volte la terza media e poi hanno abbandonato per andarsi a trovare un qualsiasi lavoro fisico che non li stigmatizzasse troppo per quello che erano. Se gli andava bene.

Provateci adesso a 15 anni a cercare un lavoro in cui esprimersi per un figlio che a scuola ha sempre sofferto. Se ti va bene lo mettono in corridoio dietro a un computer con l’occasionale supervisione del bidello. Il quale bidello, se in età, magari ha avuto il culo di essere uno di quegli ex bambini a cui i parenti con qualche connessione sono riusciti a far avere il posto. Ma un meccanico, tornitore o fabbro che si prenda un ragazzo che poi impara un mestiere e riesce in qualche modo nella vita, e anche bene, non esiste più e se esistesse, lo metterebbero in galera se si prende un apprendista minorenne. Per non parlare delle assicurazioni. Quindi questi sfoghi sociale degli ex bambini senza diagnosi oggi si risolvono con diagnosi più o meno accurate, fino a che sembra che tutti i bambini di oggi abbiano una diagnosi. Nella scuola di mio figlio ADHD è quasi un insulto, come mongolo ai miei tempi.

Uno di questi bambini problematici a scuola l’ho conosciuto a scuola di mio figlio, nelle poco piacevoli circostanze raccontate qui. Il ragazzino che per mesi ha torturato e poi picchiato mio figlio lo conosco da quando aveva due anni, andavano insieme al nido. Sua madre la tenevo nel cuore, perché la vedevo sola a tirare su questi due figli molto vivaci, li vedevo arrivare a scuola sempre sull’orlo del ritardo, con lei che gli strillava di sbrigarsi. E in una scuola piccola come la nostra, dove oltretutto ero molto attiva e conoscevo tutti, sapevo che era un bambino non troppo cattivo, neanche troppo stronzo, ma abbastanza incontenibile, che faceva sempre a botte e si ficcava sempre nei guai. E quando comunicarono i problemi con nostro figlio, la scuola in nome della privacy si rifiutava di dirci cosa stesse succedendo, facendo accenni vaghi a una situazione che non erano in grado di risolvere come avrebbero voluto, e a un tirocinante assistente del maestro di ginnastica che lo avrebbe seguito durante le pause e in altri momenti, quando rischiava di non tenersi, non per sua volontà.

Insomma, la scuola è piccola e un anno e mezzo dopo il segreto di Pulcinella è stato svelato pure a me: a quel ragazzino era stato diagnosticato una ADHD, la madre rifiutava di farlo medicare, la scuola, il medico e l’ assistente sociale che li seguiva avevano le mani legate e potevano solo contenere i danni. Con l’intervento della polizia sollecitato da noi (la mia amica avvocata mi aveva rassicurato, all’epoca, dicendomi dei tanti ragazzini difficili salvati da una denuncia al momento giusto) evidentemente la madre ha capito che la cosa rischiava di sfuggire ulteriormente di mano. Io all’ epoca non lo sapevo, ma entro una settimana quel ragazzino l’ abbiamo visto cambiare da così a così (giro il palmo della mano verso il basso), tornando il bambino che conoscevo all’ asilo, l’amichetto del calcio di mio figlio, quello che raccoglieva da terra e accarezzava i piccoli che inciampavano e piangevano. È andato alle superiori, pare vada bene anche se, mi dicono, si fa le canne e continua con gli atteggiamenti da piccolo macho de noandri, ma insomma, un diploma lo ha preso, poi ognuno fa sempre a tempo a rovinarsi la vita nei modi che preferisce.

Insomma, a volte mi viene da pensare che in quel po’ di casi in cui la diagnosi viene fatta da esperti con cognizione di causa, alla medicazione si accompagna una terapia adeguata, un intervento per insegnare a chi ce l’ha a gestirsi imparando quelli che il medico scolastico mi definì “i trucchetti”, non c’è motivo per cui non si possa avere una vita e un percorso scolastico normali. E siccome evidentemente il discorso delle medicine non piace davvero a nessuno, si ricorre ad alternative in corso di studio. Un’altra amica mi aveva accennato alla mindfulness e tracchete, ho scoperto anche quella: un percorso che si chiama: Meditazione o medicazione?

*****fine della digressione*****

E poi mi sembra più costruttivo pensare in termini di opportunità. Eccovi quindi alcune cose che ho imparato sul bello di avere l’ADHD:

  • si ha una grandissima energia, fisica e mentale, che se ben incanalata e supportata dai “trucchetti” che dicevo (ognuno si inventa i suoi) può farti raggiungere tutti gli obiettivi che vuoi e magari anche un paio di quelli che non pensavi di raggiungere
  • si è molto creativi
  • si riescono a mandare avanti diversi progetti e idee e ragionamenti contemporaneamente. Magari è stancante per chi sta intorno, ma i risultati ci sono e si vedono, basta non perdersi i pezzi per strada (il cosiddetto multitasking comunque esiste anche scisso dall’ ADHD, capiamoci)
  • si riescono a fare cose che gli altri si sognano proprio perché metti insieme dei pezzi del puzzle che altri non noterebbero
  • molti ADHD sono mediamente più intelligenti della media
  • il cercare di compensare la distrazione, la memoria a breve termine, il perdersi tra gli infiniti canali TV che stanno accesi nella tua testa, ti insegnano a trovarti e usare automaticamente un sacco di strategie che chi funziona in maniera più regolare manco si sogna, anche se a volte servirebbero a tutti
  • impari a fare molte più cose con il pilota automatico

La cosa fondamentale, per chi ha (un bambino con) l’ ADHD è di non perder mai di vista questi lati positivi invece di concentrarsi solo su quelli negativi. Cercare le opportunità, costruirsi le scorciatoie (o allungatoie). E soprattutto accettare serenamente l’evidenza dei fatti, che ci sono delle cose che forse ti vengono meno bene, ma sono appunto piccoli aspetti del tutto. E il tutto in generale è che comunque hai quelle 39 marce in più, basta imparare a innescarle quando ti servono.

E infine, come disse il terapeuta di una famiglia che ho seguito: Per dirla proprio come sta, la diagnosi di XY si chiama XY. Lui è una persona completa con tutte le sue caratteristiche, non ce n’ è un’ altro come lui e quindi non si pu`ø ridurlo a un’ etichetta.

Ecco, sapere come sono fatte le etichette è un ottimo punto di partenza per poi farne a meno.