La cura dei libri (e dei vestiti) dagli attacchi degli insetti

Da sempre vivo in case in cui si accolgono tanti libri, è una schiavitù di cui ancora non riesco a liberarmi. Da piccola mi risultava complicato capire quei genitori che per motivi scolastici insistevano perché i figli leggessero, quando poi loro stesso non leggevano abitualmente e non avevano libri in casa.

Dite quello che vi pare, le case senza libri saranno belle, ordinate, facili da pulire, ma le trovo sempre estremamente fredde e impersonali. Invece quando ti trovi davanti un bello scaffale pieno di carta stampata, o di film, o di CD, è sempre un piacere buttarci un occhio, anche per capire meglio i gusti del tuo interlocutore.

Lo devo aver detto in precedenza, una delle cose più belle dello scambio casa per le vacanze, rispetto all’ affittare un posto perfettamente pulito, ordinato e anonimo, è che ci sono i libri dei tuoi ospiti e spesso puoi anche leggerteli.

Il controcanto di ciò, specie per quelle case che non vengono abitate stabilmente per tutto l’ anno, è che spesso e volentieri tarme e pesciolini d’ argento hanno piede libero in mezzo ai nostri beni.

Per Genitoricrescono oggi la Casalinga Pigra vi racconta come ovviare, con un metodo provato che da cinque anni protegge i nostri libri. Lo trovate proprio qui. Non è tossico (più di tanto, anche la cicuta è un ingrediente naturale in fondo) e profuma. Che vogliamo di più.

L’ Olanda e il vento e Radio Capital

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Non lo dico io, l’ hanno detto loro in trasmissione, quelli di Radio Capital che Mammamsterdam è il loro punto di riferimento su Amsterdam e allora ne approfitto per darvi qualche riferimento sulla loro trasmissione di sabato 8 novembre 2014, che ha come tema il vento.

mulino

Spesso e volentieri vi posto mulini mulini a vento come qui, quelli del Beemster.

Nel programma parlo del birrificio Brouwerij ‘h IJ che la trovate a 10 minuti a piedi in direzione est dalla Stazione Centrale, se vi mettete davanti al museo marittimo e guardate oltre lo vedete, il mulino. Andateci a farvi una birra, la mia preferita è la Zatte, ma in estate anche una Ijwit va bene.

Poi se vi ci volete proprio dedicare direi che dovreste andare a Rotterdam e da lì prendere il battello per Kinderdijk (che a Kinderdijk ci potete anche andare con il bus dalla stazione di Utrecht, che questi posti sparsi in mezzo al nulla, andarci con i mezzi ti dà un’ altra prospettiva del paese che stai visitando).

E se proprio siete dei tipi precisini, sappiate che  di mulini a vento tradizionali nei Paesi Bassi pare ce ne siano 1170 e quindi potrebbe esservi utile la pagina wiki a loro dedicata, con tutti i riferimenti e il sito web dei vari mulini.

In realtà il turista medio arriva anche senza sforzo a Zaansche Schans, a Wormerweer, una frazione di Zaanstad pochi km. a nord ovest di Amsterdam, che anche arrivarci in bicicletta è bello, e altrimenti 10 minuti di treno e poi il traghetto. Zaansche Schaans a mio avviso è un po’ la Disneyland autentica del turista, infatti è piena di giapponesi, ma anche le cose banali e scontate lo sono per qualche motivo, e quindi se avete un paio d’ ore e volete farvi due foto davanti ai mulini e nella fabbrica di zoccoli, perché rifiutarvelo?

Che se uno non viene in Olanda per i mulini me lo dite cosa ci viene a fare? Mica i coffee-shop.

I gruppi gay con bambini

“Mamma, in Italia ci sono 16 gruppi gay”.

È da un bel po’ che le informazioni di Figlio 2 le prendo sul serio perché non abbiamo ancora capito dove e come, ma quel bambino è una miniera di informazioni. Adesso ci ha detto che possiamo chiamarlo Google, ovviamente pronunciato a modo suo in modo che assomigli al suo soprannome di casa.

“Sedici? Avrei detto di più, ma solo di uomini?”

“No, anche lesbiche. E spesso sono gruppi di due persone, ma ci sono anche dei bambini”.

Allora ho capito che era di questa notizia qui che stava parlando. Come abbia fatta a leggerla dal quotidiano che ho comprato in aeroporto e manco ho finito di leggere e sta ancora piegato in borsa, non lo so.

So solo che lui ha capito tutto, o quasi.

“Comunque quelli non sono gruppi gay, sono famiglie che si sono sposate all’ estero, e adesso le accolgono a Roma. Che non cambia niente per la legge, perché in Italia non ti puoi sposare se sei gay, ma cambia tutto nel farli sentire i benvenuti”.

Che poi che preciso a fare, lui è Google, queste cose le sa già da solo.

Il laghetto di Sinizzo

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Appena fuori S. Demetrio nei Vestini, un paese un po’ fuori L’Aquila, c’è questo laghetto dove andavamo a nuotare da studenti. Ci sono tornata una prima volta i Diga, nonni compresi, quando Orso aveva un anno e mezzo. L’ho scoperto sistemato, attrezzato e pontilato, rispetto a quando ci andavamo noi e toccava accontentarsi di un muretto con la scaletta dal lato profondo e delle tavole inchiodate stile trampolino ai rami bassi di un albero che pendeva sulla’ acqua. Ma di quel giorno in famiglia, in cui non abbiamo nuotato, sono rimaste soprattutto una foto di lui che con la sua aria più determinata e il passo traballante si dirige con decisione verso il pontile per catafottersi in acqua e lo scatto di madre disperata che lo insegue e sta per afferrarlo. Lo afferrai, se volete sapere come è andata a finire.

 

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Ci sono tornata con mia nipote che si è appena iscritta alla mia stessa facoltà, che se studi all’Aquila ma viaggi e il tuo ultimo pullman parte alle 19.30, meglio farselo un giro guidato quando capita. Ce lo siamo fatti partendo da Civita di Bagno, tentando di avvicinarci al monastero a Fossa senza riuscirci e senza insistere troppo, e rientrando sulla Statale 17 passando da Prata d’ Ansidonia, costeggiando Peltuinum, e da Castelnuovo. Eccovele, le foto del giro nostalgico, a cui mancano le foto della nuova facoltà, bellissima (ma vuoi mettere i tramezzi nei saloni del palazzo antico? Meno pratici forse, ma la scalinata di Palazzo Camponeschi, signori miei.)

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La fontanella di Piazza Santa Maria a Paganica, di notte e col telefonino, la foto ha i suoi limiti umani. Ma bello vedere due palazzi risistemati, uno a spese della Russia, l’ unico dei paesi partecipanti al disgraziatissimo, insultante propagandistico G8 post-sisma che ha mantenuto l’ impegno di adottare un monumento da ricostruire. Obama, fai ciao ciao con la manina! (Per il restauro della chiesa lasciamo perdere, che costa così tanto di più).
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Si capisce che davanti  questa fabbrica abbiamo frenato e siamo tornate indietro non per la scritta: vendita diretta al pubblico, ma per quella che diceva: la fabbrica di cioccolato produce a impatto zero? Che i comportamenti ecologicamente virtuosi vanno premiati. Mezzo copertone sta ancora spalmato lì, comunque.

Le istruzioni d’ uso dei miei figli

IMG_1280Il piccolo è il fanciullo pastore, come mio padre, che si aggira fatato per il mondo e parla con gli animali, dai ragni ai gatti. Si aggira con la sua grazia nuda di putto arciere, con delle rotondità segrete e commoventi da bambino piccolo nel corpo, con la stigmata di una piega pensierosa nel ciglio, anche quando dorme. Si avvolge nei suoi silenzi concentrati, contrappuntati da un canto che non è per gli altri, è solo suo, e ogni tanto apre la porta e ti accoglie nel suo mondo. Un mondo che lo aspetta fuori con pazienza, gioendo per ora degli attimi che vuole concederci. Sappiamo che ci vorrà raggiungere sempre più spesso e sempre di più, ma lasciamogli i suoi spazi verdi profondi quando ne ha bisogno.

Il grande è il raggio di sole, che paga la leggerezza che sparge per il mondo con pesi suoi nascosti che a volte, lo tirano a fondo. Ma basta un colpo di vento per liberarlo e farlo volare in altro. È il bambino felice e bellissimo, che dopo aver studiato a lungo il ghiaccio con prudenza ci si lancia sopra per scivolarci con la facilità apparente di quelli che nascono con in sè i privilegi e i pesi della primogenitura. Quello che ti fa ininterrottamente la radiocronaca di ogni secondo che vive, perché siamo al mondo per comunicarlo e senza un pubblico, dove saremmo mai?

Uno ha bisogno di sapere come funzionano le cose.

L’altro di saperne il perché.

Uno dorme di un sonno solido, senza fessure in cui insinuarsi, dorme come se dal suo sonno dipendesse la salvezza del mondo e in fondo è così, sarà il sonno tattile dei visionari a guarirci dai nostri mali.

L’altro soffre dell’insonnia di partenza di chi ha troppo da dire e troppo da fare e troppo a cui riflettere per concedersi di abbandonarsi, e si aggira come un fantasma nella notte alla ricerca di quel sonno che vuole e di cui diffida.

Uno mi ha sempre regalato la certezza che saprà cavarsela sempre, nonostante il mondo che lo circonda, spargendo per il mondo i suoi talenti, perché chi ne ha tanti può permettersi di sprecare con generosità, senza un fine concreto, solo il puro piacere di toccare, manipolare, sperimentare, regalare. Raccoglie detriti postmoderni per strada, li sventra e li ricompone in totem organici che mi affollano il giardino.

L’altro sparge il dubbio, lo raccoglie, ci fa delle palle di neve che lancia in giro e a volte rimbalzano, a volte no. Fa del suo cuore un proclama, lo lancia nel vento e prosegue a salvare il mondo, a volte dimenticandosi di sè.

E io posso solo seguirli, registrando il cammino e i passi, nutrendomi della loro forza e consumandomi nelle loro debolezze, riconoscendo tutti i pezzi, e le viti e i giunti di cui li ho fatti, ma senza capirne il libretto di montaggio e le istruzioni d’uso, perché questo è il destino delle madri.

I baracchini delle aringhe ad Amsterdam

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Ad Amsterdam lo street-food preferito, dopo le patatine, è l’aringa, il prodotto che in passato ha arricchito tanti paesetti marinari.

L’aringa marinata gli olandesi la mangiano afferrandola per la coda e calandola dall’alto in bocca, masticandola cammin facendo.

Oppure a pezzetti e cosparsa di cipolla cruda a pezzetti. E da berci insieme, il Corenwijn. Che è l’unico modo che ho scoperto per mangiarla, mi ci vogliono un bel po’ di gradi alcolici in piccole dosi. (Il Korenwijn o Corenwijn, per chi me l’ ha chiesto, è un distillato olandese, un tipo di Jenever che viene prodotto usando cereali come segale, mais e orzo, e che ha un grado alcolico di almeno 38%. Scritto con la C è un marchio della bols che lo vende nelle tipiche ancorette di terracotta. Anche il jenever o il Corenwijn non lo bevo mai, tranne quel paio di volte con l’ aringa, quindi oltre ad essere un abbinamento tradizionale, la vostra sommelier preferita ve lo consiglia pure come una di quelle combinazioni che le rendono gradite due cose che spontaneamente, di suo, non ingerirebbe mai).

Questa sopra è una delle due migliori baracchine ad Amsterdam, la trovate sul ponte all’inizio del Singel, sopra le chiuse, all’angolo con Haarlemmeerstraat e Nieuwendijk.

L’altra, di cui non ho la foto, sta su uno dei ponti sulla Utrechtsestraat.

Assaggiatele e sappiatemi dire.

Fondamentali di vita e di felicità

Siamo un po’ stropicciati questa settimana, sono successe tante cose, spaventi, visite mediche d’ urgenza o programmate, ma stiamo bene e ne stiamo venendo fuori alla grande. Però stamattina che ci siamo svegliati un po’ stanchi, un po’ più stropicciati e un po’ più in ritardo, ho deciso di prendere l’ auto condivisa e portarlo io Ennio a scuola, per farci due chiacchiere e due coccole.

E siamo arrivati talmente presto che ho proposto di andare dal fornaio francese a fare le scorte di pane e prenderci un dolcetto. Non le tartelettes, che sono la nostra libidine, ma di prima mattina un po’ troppo goduriose (disse quella che mangiava caviale condito al cucchiaio per colazione), ma un sano e onesto croissant e un meno sano ma molto più libidinoso sacristain, che una cosa oggi l’ ho capita: il sacristia del mattino è anni luce più morbido, sfoglievole e burroso dello stesso sacristia al pomeriggio.

E mentre ce li mangiavamo appoggiati alla spalletta Art Nouveau del ponte, Ennio mi fa guarda, e l^`, da un lato del canale, a un metro dall’ acqua, arrivano cinque uccelli in fila che subito prima del ponte si sono sollevati, abbiamo visto che non erano in fila ma a cuneo, e sono andate a fare le prove di migrazione.

Che magari manco migrano più un sacco di uccelli, in inverno si sta benone anche qui e si trova tanto da mangiare, ma in primavera e in autunno li vdi a stormi fare le esercitazioni.

“E ieri a calcio Andreas mi ha trattato male, e non so se ci voglio andare ancora a calcio, cioè, certo che ci voglio andare e mi piace, ma…”

“Ennio, stiamo vivendo un perfetto momento di felicità, qui, io e te, il croissant e le anatre. La vita è fatta soprattutto di piccoli momenti di felicità, quando li abbiamo pensiamo a loro e non alle cose che ci danno fastidio”.

“Ci sono anche gli scocciatori”.

“Ma non contano”.

Morso al croissant.

“Hai ragione”.

“Forse ti vengo a prendere, ma non aspettarmi troppo, se posso vengo in orario e se non ci riesco stai con i tuoi amici finché avete voglia, ma altrimenti vai”.

“Quando vieni parcheggia qui così lo so”.

Mi sa che oggi pomeriggio ci concederemo un altro piccolo momento di felicità.

E ora, via, a spalar letame. Che nella vita fa molto bene anche quello.

Interculturalità e faccende domestiche

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Lavare i piatti è questione di metodo? Quale metodo? Per Genitoricrescono la Casalinga pigra oggi ne illustra ben tre. Interculturali addirittura.

Perché i metodi per i lavaggi piatti sono come le guerre di religione e le rovinafamiglie, hanno fatto più danni loro che l’epidemia di tosse asinina.

Comunque se qualcuno mi volesse dire il suo, di metodo, arricchiamo il campionario. Mi raccomando, ci conto.

Ora scusate ma devo andare a caricare la lavastoviglie.

Lavare i piatti è questione di metodo

L’ integrazione dei bambini stranieri in classe

IMG_1783Io appartengo alla quarta generazione di una famiglia di insegnanti, perlomeno dal lato di mia nonna paterna. La maggior parte di loro ha insegnato in Abruzzo, e la trafila dell’ insegnante la conosciamo: se insegni in provincia di Teramo ti mandano a Valle Castellana, tanto per cominciare, un paesino in montagna in mezzo alle faggete.

Negli anni settanta questa fu la prima sede di mio padre. E quando lo riavvicinarono gli anni successivi, la domenica ci arrampicavamo ancora per le montagne per andare a trovare Don Angelo, il parroco che mandava avanti quella comunità abbandonata e isolata da tutti, con mezzo paese emigrato e tanti ragazzini affidati ai nonni mentre i genitori tentavano di farsi una posizione altrove. Di quelle domeniche mi ricordo passeggiate nei boschi, le chiacchiere davanti al camino con don Angelo e la perpetua, che forse era sua madre, e il cinema che lui organizzava in chiesa per procurare un po’ di intrattenimento al paese. in inverno la neve bloccava le strade e pace, si aspettavano lo spazzaneve o il disgelo, quello che arrivava prima.

In provincia di Pescara, che per fortuna è piccola e non troppo montagnosa, potevi sempre capitare a Castiglione Messer Raimondo o a Salle. In provincia dell’ Aquila c’ era solo da scegliere, quanto a paesini abbandonati a cui destinare insegnanti di prima nomina. Mio padre e la signora Battistini per esempio andavano a Villa Santa Lucia, che per fortuna era solo un po’ più su sulla montagna rispetto al paese in cui abitavano.

Ora, di questi paesetti, presi nel mucchio, si possono dire due cose: erano isolati, godevano di un altissimo tasso di emigrazione, e il livello socioculturale non è che fosse altissimo, eh. La maggior parte della gente, tipicamente, era chiusa, ignorante proprio nel senso che aveva accesso a pochissime informazioni e visione del mondo, e lo sport preferito era l’ ostracismo di chiunque non si adattasse alle regole del branco. No che siano caratteristiche esclusive dei borghi dell’Abruzzo, ci mancherebbe, ma questi nello specifico erano di base società arcaiche agro-pastorali, con riti, regole d’onore, comportamenti tipici del clan.

Per questo leggere oggi questo articolo sull’ Espresso in cui il preside ha pensato bene di creare a scuola una classe di soli bambini locali e una di soli extracomunitari, motivandola come una scelta per favorire l’ integrazione, è stata un pugno nello stomaco.

Non solo per la cosa in se, ma proprio perché è successa a Pratola Peligna, un paese che conosco abbastanza bene e che ho a lungo frequentato nella mia infanzia.

A Pratola alle elementari hanno insegnato per quarant’anni non solo zia Sestina, la sorella di mia nonna, ma anche zia Paola, sua figlia. Con zia Paola ho sempre avuto un’ affinità speciale: era una donna che da bambina ha sofferto moltissimo, prima la morte del padre e poi la vita con il patrigno. Eppure era una di quelle persone allegre, sempre ottimiste e sorridenti. L’ ho vista l’ ultima volta a Torino l’ anno che è nato Ennio, stava curandosi per un tumore che l’ ha uccisa, era poco prima che morisse, ed era sempre la bella persona carica di energia positiva e con una parola buona per tutti.

Che anche come insegnante avesse lasciato il segno tra i suoi allievi me lo confermavano i racconti delle mie compagne di università che l’ avevano avuta come maestra, Wilma in particolare, nata in Venezuela da un genitore migrante e rientrata a Pratola da bambina, aiutata con l’ italiano e con l’ inserimento proprio da lei.

Ecco, a Pratola, per dire, non è che gli emigranti siano un fenomeno degli ultimi anni, lo sono stati loro, e da tanto. Ho provato a immaginarmi come avrebbero reagito zia Sestina e zia Paola (il cui marito anche lui ha lavorato per alcuni anni in Venezuela) alle pressioni dei genitori autoctoni che non vogliono gli stranieri in classe con i loro. E mi sono detta che si sarebbero limitate a ricordare a quei genitori chi sono loro e da dove vengono, e chi sono i genitori di questi altri bambini e da dove vengono.

E per favorire l’ integrazione, penso avrebbero semplicemente dedicato più tempo e più attenzioni e del materiale adattato per quei bambini che ancora facevano fatica con l’ italiano.

Allora a quell’ ex-preside che ritiene che la via dell’ integrazione passi attraverso la segregazione, vorrei dire di farselo lui un giretto per il mondo a vedere come viene risolto questo problema in modo efficace e non divisionista altrove. Per esempio in Olanda, i bambini che vengono dall’ estero prima li iscrivi in quella che sarà la loro scuola e la loro classe definitiva. Poi per alcuni mesi, per quattro giorni alla settimana li mettono tutti insieme, se necessario prendendoli da scuole diverse, in un gruppo unico con un’ insegnante che gli fa solo il corso di olandese e gli spiega come si sta al mondo nella scuola definitiva in cui andranno.

Una volta la settimana, di solito il venerdì, vanno nella scuola definitiva per ambientarsi, fare amicizia con gli altri e farsi conoscere. Dopo alcuni mesi sono pronti ad inerirsi nella loro classe definitiva e pace. A pratola, con i numeri di bambini riportati dall’ articolo, ci sarebbero stati tutti i presupposti per far dedicare delle ore esclusive all’ insegnamento o perfezionamento dell’ italiano, o tramite insegnante di sostegno, o semplicemente dividendo le classi solo per le ore di italiano, che non costava neanche più di tanto. Ma si sa che nelle scuole italiane la gestione dell’orario definitivo è cosa complicatissima e soggetta a potentati e feudi interni.

Quindi mi fa piacere che ci siano state polemiche, e che il nuovo preside abbia cambiato la situazione, ma continuano a cascarmi le braccia, perché so che questa situazione non è solo tipica di Pratola Peligna o dei paesetti isolati. Per esempio Valewanda ci ha raccontato ieri per Genitoricrescono come questo succeda anche alle mamme bene milanesi, quelle che ti diresti che almeno una volta su un aereo ci sono salite, un ClubMed in uno dei paesi da cui vengono i genitori dei compagni dei loro bambini ci siano state.

Ma su certe questioni tutto il mondo è paesello ed è bene che gli argini a quelle che sono le sensazioni di pancia della gente vengano da fuori e dall’ alto, dalle istituzioni preposte a garantire la realizzazione di quello che sta nella nostra costituzione. Perché, per citare Stephan Sanders in Vrij Nederland, la folla si diverte un sacco nelle situazioni di incertezza e arbitrio. Ma la folla raramente ha ragione.

Questo post partecipa al blogstorming di Genitoricrescono

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