È parecchio che non ci si sente, vero?

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È un po’ che non ci si sente e me ne dispiace davvero, ma io sinceramente non so dove mi vanno a finire i giorni. E dove mi va a finire la testa. E in generale noto che negli ultimi due anni tendo a rinchiudermi un pochino in una scatola. Non vedo gente, non faccio cose, non vado in giro. Tutte affermazioni che volendo, chiunque abbia a che fare anche marginalmente con me, potrebbe confutare immediatamente. Ma nella mia testa non è così. Come mai? Boh. So solo che se davvero potessi tirarmi una coperta in testa e restare lì, in silenzio per un paio di giorni (se qualcuno mi portasse un dim-sum o un cioccolatino nel frattempo, gradirei immensamente però) ecco, se potessi lo farei. Ma sono tentazioni a cui la donna saggia sa che è meglio non cedere.

Forse, come dice Supermambanana, negli ultimi anni ci sono state delle circolarità che si ripetono e che si succhiano tutta la mia attenzione residua. Dov’ è la novità? Nel fatto che siamo stanchi. Siamo stanchi sia io che maschio alfa e, sospetto, anche i bambini. Per carità, noi siamo dei lottatori, di salute stiamo benissimo e così tutti i nostri e se c’ è una cosa che in questi due anni è assolutamente chiara, limpida e inequivocabile, è che ci amiamo, stiamo bene insieme e siamo mediamente felici. A volte persino più della media. Ma io in testa ho un sacco di rumore di fondo.

Penso che siamo in parecchi a stare così ultimamente, con un rumore di fondo nella testa anche se da fuori sembriamo gli stessi, facciamo grossomodo le stesse cose o anche qualcunina di diversa, in realtà non fa lo stesso effetto. C’ è quel brusìo fastidioso, un basso continuo che ti costringe a metterti in dubbio, valutare l’ opportunità delle tue scelte continuamente, o anche se non fai nulla ti accompagna quando ti addormenti e quando ti svegli.

Poi nel mio caso ci sono stati un bel po’ di scalini da salire ultimamente, e sapete com’ è salire le scale, a un certo punto sposti il baricentro un po’ in avanti e riesci a continuare a salire per forza di inerzia, purché ti tenga sempre un passo e una respirazione costanti. Allora ti si svuotano certi pezzi di testa e alla fine sei riuscita a vedere delle cose di te con molta chiarezza, solo che alla fine non te ne fai niente. È questa non conclusività delle cose che mi stanca (oh, io sono impaziente di natura).

Penso che lo scorso anno, quando ho deciso di buttarmi nell’ avventura di Da Gustare ci ho buttato dentro tanto, ma tanto delle cose che mi piacciono, delle sinergie con le infinite persone che ho conosciuto nella vita, di tante passioni che ho, delle energie che in quel momento sembrano infinite ma lo sai che la vita ti presenterà il conto. E contemporaneamente ho scritto La risposta del cavolo, sono venuta in Italia a presentarlo prima a Più libri più liberi, la splendida fiera della piccola editoria che si tiene a Roma ai primi di dicembre, e poi con il Cavolo-tour a febbraio, il giro autogestito, autofinanziato e autogoduto, ma non automunito, visto che ho ispezionato da vicino tutte le ferrovie di Lombardo-Veneto, Ticino e Piemonte e i divano-letto di tante persone, e anche quella è stata una bomba di energie date e ricevute, di belle persone che conoscevo o che ho conosciuto o che ho visto in faccia per la prima volte dopo una sorellanza/fratellanza virtuale.  

Nel frattempo avevo un paio di stalker, li chiamo così, persone con cui ho avuto rapporti di lavoro che mi firmano accordi che non leggono e poi si impermaliscono e quando quella santa donna dell’ Avvocata Nostra gli fa capire gentilmente che non hanno proprio motivo di prendersela con me, dalle vie legali passano alle vie dirette. Oppure persone con cui NON ho avuto rapporti di lavoro e non ci siamo firmati nulla, ma anche loro decidono che tutte le loro disgrazie dipendono dal mio stare al mondo e devono punirmi per questo. Non so come altro spiegarmelo, non perché io sia chissà quanto interessante, ma forse delle volte si fraintendono le mie energie e comunque è una reazione umana prendere a calci qualcosa che ti sta vicino e di cui in fondo non ti importa molto, quando in realtà ce l’ hai con altre persone o fatti della tua vita, che siccome li hai davvero troppo vicino, forse non ti fidi davvero di prenderli a calci direttamente e lo fai per interposta persona.

Poi vabbè, le cose troppo vicine per guardarle in modo spassionato o per raccontarle urbi et orbi sul blog o su Internet in genere non ci sono mancate per niente. Ma degli stalker avrei fatto volentieri a meno perché anche se è fatta, finita e non li sento più continua a rodermi e ho paura che me ne salti fuori qualcun altro. Allora prendo io a calci delle cose che stanno appena al di fuori dal mio campo visivo e che non fanno troppo male perché non abbastanza vicino al mio nucleo, però lo so che non serve.

Insomma non sto scrivendo un altro libro anche se del materiale ce l’ ho. Non sto inventando altre ruote, anche se le strade mi stanno aspettando. Non sto focalizzandomi come dovrei e lascio che dei brandelli di opportunità mi sfilaccino intorno furiosamente. Ma i pezzi sento che ci sono, che mi stanno tutti intorno e stanno agitandosi vorticosamente nello shaker, perché il rumore di sottofondo che mi insegue non è altro che quello dei cubetti di ghiaccio agitantisi.

Qualcosa è lì, dietro l’ angolo, sta aspettando che arrivi a vederlo e lo vedrò non appena le cose raggiungeranno il punto di sedimentazione. Forse ci sono appena arrivata scrivendomi di dosso tutto questo. Perché la cosa di cui ho paura, è sempre la paura a fregarci, è che ho voluto fare troppo in una volta solo e non so se sono ancora capace. La cosa di cui ho paura è che se mi vanno bene delle cose ritroverò degli stalker sulla strada. La cosa di cui ho paura è che da tre anni ho pochissimo lavoro retribuito e non ho la testa per inventarmene un altro, anche se ci sto provando, perché il salto dall’ idea eccezionale e il lavoro sovrumano per realizzarla, al guadagno che metterebbe tutti noi più sereni non riesco ancora a farlo. La cosa di cui ho avuto paura, anche se lo avevamo deciso insieme, che visto che il lavoro non c’ era forse era il caso di mettermi tranquilla per un po’ e seguirmi casa e figli, che mi urlavano a gran voce la necessità di dare una raddrizzata alle cose. E io l’ ho fatto, ma perché non avevo scelta. E questa NON scelta mi ha riempito la testa.

Comunque sto continuando a salire gli scalini, testa bassa, baricentro leggermente spostato in avanti e un ritmo automatico che ancora non raggiungo.

Nel frattempo Da Gustare 2013 sta ripartendo (se ci fate un clic mi fa anche piacere), ma ha dovuto prendermi a calci Marina. Dio me la benedica. Calci magari non più, ma se a qualcuno avanzasse una spintarella, si grazie. Sto qui.

Theme song: Extraordinary Machine, by Fiona Apple

I cant’ help if the road just rolls out,

behind me,

be kind to me, or treat me mean

I’ll make the most of it I am an

Eztraordinary Machine

Undici e nove

“Mamma, ieri al telegiornale dei ragazzi hanno detto che era nine-eleven”.

“Vero”.

“Sai, quando c’ è stato quell’ incidente con quegli aerei”.

“In realtà non era proprio un incidente, è stato un attacco terroristico ed era pianificato. Sono stati dei kamikaze”.

Silenzio.

“Ma sono dei pazzi, i kamikaze”.

“Sicuramente stanno molto male. Ma possono stare male anche perché sono convinti di vivere malissimo in una situazione senza via d’ uscita, e secondo loro la via d’ uscita era quella. Anche i partigiani erano considerati dei terroristi, poi a seconda di come va, potrebbero anche essere degli eroi”.

“E le persone saltavano dalle finestre”.

Oddiodddiodddio, spero non l’ abbiamo fatto vedere al telegiornale a scuola, quella era la parte che 12 anni fa, che ero incinta, mi ha dato la mazzata in fronte. Manco glielo chiedo perché sono le 7:20, ci stiamo faticosamente vestendo e vorrei arrivare in tempo a scuola senza troppo stress. A nove anni non è il mio argomento preferito a colazione, tutta la disamina su bene e male di prima mattina, con con l’ undicenne sofferente di la’, che sta male da qualche giorno, pensiamo anche li per una questione di bene e male da chiarire (“Mamma e lo sai cosa dicono? che a loro fare i bulli piace“).

“Saltavano perché l’ edificio era in fiamme”.

“Secondo me saltavano le persone a cui non piace essere creminate quando muoiono. Neanch’ io voglio essere creminato“.

“Ti seppelliamo, stai tranquillo”.

O forse qualcuno finirà per seppellire me. D’ altronde, con due figli di undici e nove anni, forse semplicemente non me lo posso ancora permettere, ci sono troppe spiegazioni da dare ancora, troppe rassicurazioni necessarie, troppe sfumature di bene e di male da cui ancora non esco bene fuori.

Il friendsurfing e le vacanze rigeneranti

Quest’ anno, rubo il termine a Chiara, parte delle nostre vacanze si fanno con il friendsurfing. Per me fare le vacanze in Italia in genere è un lavoro, un investimento e una missione che in realtà non potrei permettermi. Finché avevamo la casa a Ofena, anche se è un posto che si chiama non a caso il Forno d’ Abruzzo e spupazzarsi due bambini quando fuori, fino alle 7 di sera le temperature sfiorano i 40-43 gradi, ci riuscivo. La cosa per me fondamentale era creargli un posto in Italia che potessero sentire come loro, che potessero chiamare casa, e dove si potessero coltivare degli amici. Proprio quando come età ci stavamo arrivando a quel minimo di autonomia, casa è diventata inagibile e non so quando me la ridaranno mai.

E a questo punto farsi delle settimane di vacanza in Italia è diventato un lusso che semplicemente non abbiamo i mezzi per permetterci. Un fatto che nelle ultime estati mi ha destabilizzato parecchio, ma poi un rimedio si trovava sempre, e questo rimedio è stato lo scambio casa. In fondo abbiamo una casa bellissima, spaziosa e centrale ad Amsterdam, e quanta gente non ci vorrebbe venire? Ecco, tutti quelli che ci sono venuti gli scorsi anni ci hanno regalato un pezzo di casa loro vicino a qualche mare, ed è stato bellissimo. Perché con gli oggetti quotidiani e i libri che la gente ha in casa e te li mette a disposizione, si rafforzano dei legami umani che a noi fanno molto piacere, e si impara a conoscersi meglio.

Quest’ anno non ci siamo riusciti, ma ci siamo arrangiati diversamente, e inoltre, finalmente, possiamo contare sulla casettina sostitutiva di mia madre che ha una vista bellissima e, pur vicina al forno d’ Abruzzo, è un paesetto più addosso alla montagna, per cui di notte fa fresco e si dorme benissimo. Se trovo i pomodori, che quest’ anno stiamo messi male, rifaremo le solite scorte, leggeremo, ripuliremo computer e amministrazione e faremo improvvisate agli amici.

E poi grazie ai vecchi amici, siamo riusciti comunque a ritagliarci alcuni preziosissimi giorni di mare sul mio Adriatico, che lo so che detto dopo essere stati lo scorso anno in Sardegna, la gente arriccia il naso se sente medio Adriatico, con le sue acque verdognoline perché quello è il colore suo, le secche a poche centinaia di metri dalla riva, dove da bambini ti fai un punto di onore ad arrivare (la prima secca la conquistavamo verso gli 8 anni, la mattina ci si arrivava anche allungandosi molto in punta di piedi e con poche bracciate alla fine) e la seconda secca, il trionfo che raggiungi verso i 12 anni quando sai anche nuotare meglio.

Per me il rientro a casa è stato l’ albergo di Anna, proprio davanti al mare, con il suo fascino vecchiotto di quello che sicuramente è stato un albergo di lusso 50 anni fa e lo dimostrano l’ ampiezza degli spazi, gli immensi saloni con i lampadari di cristallo e le boiserie e l’ imponente bancone della reception.  E che adesso, in attesa della ristrutturazione del prossimo inverno, è un albergo vecchiotto, da noi conosciuto come se fosse casa della zia, il posto che ci ha salvato la sanità mentale quando i figli erano piccoli, e che loro chiedevano insistentemente di poter rivedere.

Con tre passi sei in spiaggia, e soprattutto, tutte le finestre guardano sul mare. Come uno spicchio di finestra a casa dei miei che adesso è stata demolita e da lì non lo rivedrò più. Che per me significa dormire con le tapparelle spalancate per guardarmi nei brevi risvegli notturni, le luci dei pescherecci e delle lampare, il cielo che cambia colore, al mattino, quando rinfresca, e le linee viola e arancioni sull’ acqua, proprio prima dell’ alba. Che allora ho tutto il tempo per abbassare la serranda, infilarmi un costume e scappare in spiaggia per il primo bagno prezioso, mentre i maschi dormono.

Un albergo per famiglie e anziani, dove i nostri amici ci permettono di venirli a trovare e passare delle serate con Maria Laura a raccontarci di figli e vita, con Giovanni e Melissa di progetti e Australia, con Anna della fatica di mandare tutto avanti da sola. Con i bambini che giocano e nuotano in piscina, maschio alfa che passa i pomeriggi con i figli a fare giochi mentre io pisolo, Orso che passa anche mezzo pomeriggio a studiarsi le formiche in giardino e la signora Maria in sala sempre comprensiva con le inappetenze dei miei figli che si ingozzano di pasta al pomodoro e cocomero, ma snobbano tutto il resto (ed è un enorme peccato, meno male che a forza di nuotare maschio alfa e io smaltiamo il piacere di mangiare cose buonissime).

Stare in un albergo così che è quasi casa è per me l’ unica opzione, perché da figlia di albergatori io ho l’ allergia degli alberghi. Mettetemi dovunque, ma risparmiatemi gli alberghi (e si che grazie al mio lavoro negli anni ho potuto stare in alberghi fantastici, mi ricordo il Metropol a Mosca e il Sacher a Salisburgo, meravigliosi,  che privilegio, ma, appunto erano alberghi). Ma questo è praticamente come stare nel nostro di albergo, con la differenza che alle cinque del mattino mi vado a fare il bagno invece di lucidare il granito della hall e poi apparecchiare per le colazioni.

Insomma, per me questi touch down in Abruzzo servono per riappropriarmi di contatti e riti. Mettici poi che mio fratello lavora con l’ amica che a suo tempo ci ha organizzato il pranzo di nozze e che ha appena aperto un nuovo locale, metti che dopo la rimpatriata delle amiche dell’ università dello scorso anno quest’ anno con tre messaggi su Facebook abbiamo deciso di rifarla, la cena donzelle re-united, metti che contro tutte le previsioni ci siamo lanciati in un karaoke combattivo con gli ospiti dell’ altro tavolo, una canzone a turno (io ho il divieto formale da parte di maschio alfa di cantare in pubblico se lui è presente, si vergogna troppo). Metti che stare a Roseto significa un tentativo, quest’ anno andato male, di fare delle piccole rimpatriate con gli amici del liceo, che ci si apprezza molto di più 25 anni dopo, di ritrovare uno dei miei vigneron preferiti che è Marcello di Nicola e ricordarmi perché il suo metodo classico mi piaceva tanto, ma ancora di più mi piacciono i suoi liquori alla frutta a cui fra un po’ dovrò cercare un posto in macchina.

Metti che oggi lasciamo l’ albergo per rintanarci tra i monti, ma prima faremo una giornata all’ Odeon a Tortoreto, il nostro stabilimento storico, dove anche qui, per congiunzioni astrali, si sono sedimentati solo per oggi, zie, cuginetti, comari da tre generazioni e amici vari, dire che per quest’ anno la mia missione storica l’ abbiamo raggiunta.

E il friendsurfing? Non ci possiamo lamentare. Dalla prima notte in viaggio con maschio alfa, in cui siamo approdati a mezzanotte a Milano, ci siamo fatti aprire, abbiamo dormito, ci siamo rialzati, presi in caffè con l’ altra mia amica storica nonché cugin-cognata e ripartiti. Dal momento in cui, tra Milano e Bologna maschio alfa ha detto: fermati al primo autogrill che ci prendiamo un caffè e un cornetto e io ho fatto: no, porta un po’ di pazienza, ce lo prendiamo a Faenza da Marco Fiorentini, e ci siamo arrivati all’ ora dell aperitivo e che fai, non accetti l’ invito a pranzo estemporaneo di costei? E ti fai almeno una chiacchierata telefonica con la socia?

E dovevamo andare a Roma ad accamparci a casa di Anna, ma fa troppo caldo, e andremo invece ad Arcevia dai nostri amici e con questa scusa passeremo a conoscere una pupetta nuova nuova, faremo mezzo ferragosto in Langa ospiti suoi e dell’ uomo che lavora per il mio produttore di Barolo preferito, e da lì poi ripartire, sarà solo un’ ultima tappa perché il 19 agosto ricomincia la scuola.

E insomma, per essere quelli che non si potevano permettere di andare in vacanza e rientrano riportandosi una neodiplomata in cerca di esperienza del mondo e di un lavoretto per pagarsi l’ università (che meraviglia, un’ altra donna in casa, una minifiglia praticamente, sarà bellissimo e ci starà comunque troppo poco) io direi che ci siamo organizzati benissimo, per tacere della vacanza di Ennio dagli amici dello scorso anno a Lanciano, punteggiata di piange-facebook e messaggi in cui gli mancavamo, di Orso dalla nonna che mi faceva piange-Skype fino al momento in cui è venuta a trovarlo la sua amichetta olandese preferita in vacanza con la mamma al lago di Bracciano, che in fondo è praticamente dietro l’ angolo.

E considerato che questa estate fantastica è iniziata dalla mia migliore amica, che per fortuna anche quest’ anno siamo riuscite a ritagliarci qualche giorno brevissimo di quotidianità condivisa insieme ai figli e alle vecchie amiche, e che meraviglia accorgerti che a un certo punto questi quattro bambini dai 5 ai 13 anni stavano in perfetta pace tutti insieme a costruirsi una pista di biglie, con ognuno che automaticamente si era preso un incarico e lo eseguiva, mi ha confermato ancora di più che quando sei lontano, le vacanze non sono un lusso, sono una sfacchinata per mantenere vivi affetti e legami con persone e luoghi che hanno segnato la tua vita ed è giusto che continuino a farne parte.

Per la beauty-farm ci sono i ponti e in weekend. Forse.

 

 

Pedagogo con i figli degli altri: quando il figlio ti chiama per nome

IMG_4145Sotto il titoletto: Pedagogo con i figli degli altri, vorrei tornare a un pezzo di mommy-blogging duro e puro, come una volta quando i figli erano piccoli, ti sembrava di averla inventata tu la maternità, e su Internet era tutto un ciacolare con punte di aspirazione al premio Miglio Madre del Mondo (MMM) nel tentativo di sopravvivere al ciclone figli. Quindi se a voi i bambini piacciono giusto al forno con patate, potete saltare, ma se appartenete al sottogruppo che ama teorizzare sui casi concreti altrui nella serena consapevolezza dell’ impunità, visto che voi di figli non ne avete, leggete, leggete: tutto fa (come dissero i bambini che pisciavano in mare mentre il pedagogo in questione affogava).

Ogni volta che torno in Italia mi trovo alle prese con il giudizio del mondo sui miei figli. Parenti, amici e sconosciuti si coalizzano per regalarmi almeno un commento benintenzionato al giorno. Visto che da vent’ anni mi occupo di interculturalità per lavoro, non posso fare a meno, ogni volta, di notare come certe discussioni siano culturalmente e socialmente determinate. In particolare come sia culturalmente determinato il modo di affrontarle.

Lo scorso anno mi ritrovai a fine cena con persone appena conosciute e gradevolissime che pensarono bene di spiegarmi tipo plotone d’ attacco tutto quello che non andava in noi e come stavo rovinando i miei figli facendone dei disadattati perché, nello specifico, non gli facevo guardare la TV. Io mi incazzai tantissimo sentendomi proprio aggredita, e con motivazioni pretestuose, abbozzai perché eravamo ospiti, mi guardai bene dal dire cosa ne pensavo io dei figli di due e del fatto che la più convinta figli in proprio non ne aveva e mi è rimasta sullo stomaco per dei mesi. Perché erano tutte persone carine e simpatiche e questa carognata inutile non me la dovevano fare.

In questi casi, dipende: io ho questa fregatura del dubbio come metodo di riflessione e dubitare di me stessa mi viene più immediato di dubitare degli altri perché a me mi conosco bene e non ho bisogno di fingere di essere educata con me stessa, mi voglio bene e mi perdono tante cose riprovevoli. E se poi sbaglio a giudicarmi mi perdono, se sbaglio a giudicare un altro prendo delle fregature. Per questo quindi ci metto un po’ a trarre le mie conclusioni.

Il fatto è che negli ultimi anni ci sono capitate una serie di cosette, di cui una certa quantità che avevo previsto già prima del concepimento e che sono state alla base della decisione di vivere ad Amsterdam, altre che non prevedi, ma il bello dei figli è che non ci si annoia mai e ti fregano sorprendono sempre, altre ancora che fanno parte delle infinite occasioni che la vita ti propone per metterti alla prova e, se ti convinci, cresci anche come persona, a meno che non ti portino prima alla neuro. E tutte queste cosette mi hanno allenata, ammesso che ce ne fosse il bisogno, a parlare con tutti, ascoltare tutte le campane, anche quelle stonate, e poi trarne le mie conclusioni e farmi i fatti miei. Se sbaglio, amo farlo in proprio, diceva uno.

Insomma, una delle cose che tutti notano in Italia, è che i miei figli ci chiamano per nome. E subito a dire aah, ma coooome, ma ti chiamano per nome, non ti dicono mamma?  Che per dire, io ho un tale trauma di quei momenti, e nella vita di una madre sono tanti, in cui vorresti stare a farti i calmi strafatti tuoi (si, stavo per dire un’ altra cosa al posto di fatti in strafatti, non prendetelo alla lettera) e intorno a te è tutto una polifonia di mammmammammmammammmammammmmamammmmamamaaaaarghhhhh! Poi che una sbrocca.

E poi questa cosa di chiamarmi per nome se la sono inventati loro mica gliela ho imposta io. Magari avendo capito presto che a chiamarmi per nome reagisco prima e meglio, che ci sono più abituata, ho più esperienza sul groppone a sentirmi chiamare per nome che mamma. (Per esempio, pure il nonno a volte lo chiamano per nome, forse perché sentono 300 volte al giorno la nonna chiamare il marito, e lo rifanno, ma uguale, eh. Stessa intonazione).

E insomma, io ho alcune persone che mi vogliono un gran bene, a cui voglio un gran bene, e che ogni santa volta negli ultimi 10 anni mi riattaccano la questione che no, aaah, loro, ma davvero, loro sono i genitori dei loro figli  (si, e io sono la cognata dei miei figli, ma che state a dire?). Mica sono gli amici (vabbò, un minimo questo lo avevo intuito). Che loro dai figli pretendono il rispetto, che evidentemente in questa visione del mondo il rispetto è una cosa che si pretende, non che ci si guadagna quotidianamente sul campo. E che [digressione, se avete il fiato corto saltate al prossimo paragrafo e pace] a farti chiamare per nome (ahò, l’ hanno deciso loro, mica gliel’ ho imposto io, che poi quando io e maschio alfa parliamo ai bambini dell’ altro genitore diciamo sempre mamma, e  papà. O la gente crede forse che quando chiedo ai figli: dì a papà che è pronta la cena, in realtà preferirei dire: dì a quello là che sta di sopra dietro al computer e sono già quattro volte che lo chiamo e non risponde e non so se non ha sentito e posso azzardare la quinta, o ha sentito ma è uomo e non si degna di comunicarmi che ha sentito e se poi lo richiamo per la quinta volta si scoccia che sono già cinque volte che lo chiamo e allora chiamalo tu, creatura innocente, al massimo il cazziatone te lo prendi tu, ma così mamma e papà non divorziano per certe cazzate e si sa che la stabilità di coppia va preservata a tutti i costi per amore dei figli, quindi meglio il cazziatone tu che io che lo lascio e poi vi arrangiate.

Ricapitolo per chi fosse rimasto all’ inizio della frase:

E che a farti chiamare per nome poi i bambini si confondono circa il tuo vero ruolo nella famiglia, mentre il mio quando mi chiama mamma sa che io sono la madre (ho capito, questi pensano che i miei figli non abbiano capito che non sono la postina, tocca fargli leggere una volta la lista delle mansioni previste dal contratto collettivo di categoria dei postini, così si convincono).

Allora, io direi: i miei figli mi chiamano come accidenti gli pare e io rispetto le loro decisioni. Poi se io parlando di me stessa dico mamma, anche loro rispettano le mie. I figli vanno presi sul serio e trattati con pari dignità, non come le scimmiette ammaestrate.

Che i figli vadano presi sul serio e trattati con pari dignità non significa che siamo alla pari. Io sono la madre e le decisioni le prendo io. Non capisco quella gente che fa mettere ai figli in camera un televisore o gli mette in mano uno smartphone fuori età e poi fa: eeeh, ma l’ ha comprato con i suoi soldi. A parte che i suoi soldi sono quelli che gli do io (spero o mi tocca chiedere alla buoncostume), sono io che decido se mio figlio a mio parere ha l’ età per avere un televisore o un computer in camera così non posso vedere cosa ci fa, cosa che ritengo mio dovere, visto che il grande ha 11 anni.

Non sono neanche d’ accordo che si faccia l’ account su facebook prima di 13 anni e anche lì devo vedere che testa ha a 13 anni. E tutto questo secondo delle regole che stabiliremo insieme.

E nemmeno pretendo niente dai miei figli. Pretendo le normali regole di convivenza civile, che mi trattino come io tratto loro, educatamente, con amore e considerazione, ma anche con la libertà di sfancularci sapendo che questo non tocca la cosa fondamentale: che io sono la loro madre, che loro sono i miei figli e che ci amiamo da morire e che sono la cosa più importante che ho al mondo. Che per me prima vengono loro, poi il loro padre, poi mia madre e poi il resto del mondo. E che sarà giusto che mi tolgano dal posto più importante nella loro classifica quando sarà ora.

E infine, a me dà un senso di tenerezza e intimità particolare che loro abbiano scelto in certi momenti di chiamarci per nome. Perché lo hanno scelto loro. Che a dire mamma è capace qualsiasi imbecille figlio di qualsiasi cretina. Andate in una spiaggia qualsiasi all’ ora di punta e cominciate a segnarvi quanta gente dice: mamma!

E infine, saranno pure tanto fatti miei come mi organizzo con i miei figli. Finché non mi vedete maltrattarli, ma che gliene importa al mondo come ci regoliamo fra di noi? mi devi per forza far sapere che tutta l’ autorità e l’ influenza e il rispetto dei tuoi figli risiedono nel fatto che ti chiamano con un titolo generico? Pensalo, se ti fa star bene. Ma non dirlo. Che esempio stai dando ai tuoi figli?

Poi vabbè, qualche volta mi danno pure della stronza. Per fortuna non in pubblico, il che dimostra che qualcosa di utile glielo sto pure insegnando a questi figli.

Amsterdam, il controllo sociale e i rapporti di vicinato

Nei Paesi Bassi il controllo sociale è una cosa seria, e i rapporti di vicinato anche. Un rapporto di buon vicinato vuol dire semplicemente che ci si tiene d’ occhio reciprocamente in caso di bisogno e si prendono i pacchetti del corriere se l’ altro non è in casa. A volte ci si annaffiano reciprocamente le piante. Spesso ci si affidano le chiavi di riserva, metti che ti chiudi fuori. E le chiavi di riserva dei vicini te le tieni nell’ armadietto dei contatori. Ma non necessariamente si deve entrare nel personale, anzi. Non necessariamente ci si saluta tutte le volte che ci si incrocia entrando e uscendo di casa. Al massimo al supermercato, toh.

Un buon vicino è meglio di un amico lontano dice un proverbio. Poi si trasloca e si cerca di trovarsi e di essere un altro buon vicino.

Allora, da buona vicina io tutti i giorni passo davanti casa di una persona anziana per andare alla macchina condivisa che utilizzo più spesso. E ultimamente vedevo cose preoccupanti. Tipo un letto ospedaliero, di quelli con le rotelle, le sponde e il maniglione per tirarsi su, sul marciapiede davanti casa, con i cuscini, i lenzuoli e una copertina di lana a maglia, color panna. Poi con il gesso giallo, una zona delimitata intorno al letto e alla porta con la scritta: spazio temporaneamente privato.

Ora, davanti a questa casa ogni tanto ci sono cosette. Roba da dar via, tipo tavoli e sedie, con un cartello: potete prenderlo, in buono stato per una stanza da studente (e questo si usa). O un cartello con: quando mi rubate qualcosa per cortesia fatemelo sapere, che così me lo ricompro. A volte un rollatore, uno di quei carrettini con i freni da bici, il manubrio e il cestino per facilitare la deambulazione degli anziani, parcheggiato lì fuori.

Mi sono fatta l’ idea di una persona anziana e forse sola, ma comunque autosufficiente.

Poi un paio di volte, quei due giorni che c’ era il sole e faceva caldissimo, la signora era fuori a leggere accanto al letto, su una sedia. Un’ altra volte il cartello: torno alle ore tot, che sembrava un avviso per gli eventuali addetti alla rimozione del letto.

“Buongiorno”.

Cenno con la testa.

Poi la mattina dopo pioveva che la mandava e mentre riconsegnavo la macchina ricordavo che il letto era sempre lì e avrei voluto chiamare i servizi sociali o qualcuno. Ma ripassando ho visto due donne dall’ aria energica, tipo assistenti sociali, alla porta. Il letto sempre lì a bagnarsi, ma senza le coperte e lenzuola.

Il giorno dopo due furgoni dell’ assistenza sanitaria sul marciapiede, uno con lo sportellone aperto e si vedeva una sedia a rotelle.

Poi il letto è sparito.

Poi è comparsa una fettona di cocomero, proprio un quarto di anguria tagliata per il lungo, sullo zerbino.

Poi l’ anguria dopo due-tre giorni, sempre a decomporsi sulla porta.

Poi stamattina il letto in fondo alla strada, senza materasso e con la manigliona per terra alcuni metri più in là. torno, cerco su Internet e trovo lo Sportello cura e molestie, a cui abitanti e professionisti della cura possono rivolgersi in caso di disturbi da parte, o preoccupazioni nei confronti dei vicini. E chiamo, sempre con il patema di quella che si impiccia e che non sta bene. Perché da noi il controllo sociale si chiama impicciarsi.

“Senta, buongiorno, sono un po’ preoccupata per una signora davanti a cui passo quasi tutti i giorni. Questo è l’ indirizzo, magari ve l’ hanno già segnalata?”

Per fortuna si, era già noto quell’ indirizzo e se ne stavano occupando, ma vista l’ anguria immobile da diversi giorni, avrebbero mandato qualcuno a controllare. Meno male, e che meraviglia il controllo sociale. E ancora meglio che in ogni quartiere ci sia un numero da chiamare, perché onestamente, io di andare a bussare alla porta di una sconosciuta, magari anche un po’ fuori, non è che me la sento tanto. Metti che mi prenda a male parole? Così sto tranquilla.

E certo, ci pensavo venerdì, quando ho preso quella macchina piangendo e l’ ho riportata piangendo e pioveva a dirotto e quel letto stava sempre fuori dalla porta, io me lo sono anche detta: Ma di che mi lamento che ce n’ è di gente che sta messa tanto peggio di me?

Il controllo sociale. Per questo poi l’ ho messo su Facebook che non stavo per niente bene. E mi hanno tirata su. E l’ amico chef, la sera dopo, in una pausa fumo fuori dalla cucina che fa:

“Minchia, quando ho letto il tuo status mi sono preoccupato, mi sono detto: la stiamo perdendo, è andata in depressione. Sono contento che sia passata, almeno ti vedo”.

E mi viene da dire che la vicina pazza non mi manca, ma grazie a dio ho anche tanti amici. Sia quelli vicini che quelli lontani. Quelli che mi rispondono al post, quelli che telefonano direttamentre, quelli che come mi vedono mi mettono in bocca una cucchiaiata di parfait al basilico e zucchina.

“Assaggia. Senti la zucchina che testura che gli da?”

Che poi in effetti la cosa fondamentale nella vita è la testura. Anche quella degli abbracci.
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Ma dov’è un direttore responsabile quando serve?

ANCHE LE IENE MISOGINEHo saputo di un encomiabile servizio di parte delle Iene, che come tanti prima di loro assolvono degli stupratori ribaltando le responsabilità sulla vittima.

“si mette in dubbio una sentenza di colpevolezza per stupro aggravato, senza alcun elemento serio. Dunque sulla base di cosa? Del parere dei due condannati.”

Un saggio di giornalismo impeccabile, direi. Il punto non è che dobbiamo decidere chi in quel caso dice il vero o dice il falso. È che dobbiamo decidere come vogliamo porci collettivamente, come opinione pubblica, come persone, come esseri pensanti, di fronte ai crimini sessuali. Lo diceva ottimamente Lorenzo, che ho letto stamattina.

Se ne parla molto bene qui, con link a tutti quelli che hanno già discusso di questa questione, su questo blog.

A me viene da chiedermi solo una cosa, su questo come su tanti altri servizi in cui viene distorta la verità, comparsi sui media nazionali: ma dov’ è un direttore responsabile quando ce ne sarebbe bisogno?

Abbiate pazienza, è primavera, volevo chiedere a Scialba di illustrarci le sue opinioni sulla depilazione, e invece qui stiamo a cercare il pelo pubico nell’ uovo marcio. E io non posso stare zitta.

Pstfazione: E comunque sempre a proposito di direttore responsabile quando serve e quando c’ è, vi segnalo la splendida decostruzione di Lorenzo, su un caso diverso ma affine.

La Santa Prima Comunione (un po’ come il diploma di nuoto)

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Io lo so che la maggior parte di noi dice la comunione, ma i polacchi su queste cose sono formali e ci tengono e dicono sempre la Santa Prima Comunione, che il Paradiso mica ce lo guadagniamo con una comunione qualsiasi? i titoli e le maiuscole ci vogliono tutti. Ecco, per fortuna ho l’ amica polacca formale sulle cose di Chiesa o senza di lei il mio catechismo ai figli sarebbe rimasta una roba teorica senza applicazioni pratiche, lei invece i figli li battezza e comuniona come se ci fosse un Aldilà, cosa che io trovo tanto formativa, almeno una nel nostro giro di amicizie che ci tiene. No, per dire che il battesimo di suo figlio è stata l’ occasione per uno studio approfondito della Via Crucis grazie agli affreschi nella Sint Nicholaaskerk, quella cupa che vedete di fronte alla stazione centrale di Amsterdam.

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Il musical scolastico

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Una delle tradizioni dell’ ultimo anno di scuola elementare è il musical scolastico. Siccome la nostra scuola è piccina hanno iniziato solo lo scorso anno e quest’ anno hanno coinvolto anche il gruppo 7, che frequenta Ennio. lui fa il chitarrista di una band, ma in playback.

Non ne possiamo sapere nulla, ma questo, in anteprima, è il poster.

Sono la mamma di una rock-star, sappiatelo.

Focaccia e vita varia

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Due giorni di sole e torna l’ autunno, io non aprivo la posta da 3-4 giorni e stamattina avevo le paturnie, notizie preoccupanti ma non troppo dal fronte casa mi avevano messa a cercarmi un volo per tornare velocemente in Italia, ma poi era meno peggio di quanto pensassi e allora magari ci scappo il prossimo weekend che logisticamente mi viene meglio. Il weekend che viene c’ è il grosso evento di italianitudine all’ aperto del mio amico Aris Spada, un organizzatore e venditore troppo caruccio e con dei gran pezzi di cuore d’ oro, ma non so se andarci, però ci va il mio socio con il vino e che faccio, lo mando da solo?

Giammai. Mi sono messa ad impastare e ho sfornato 8 focacce. Almeno si è scaldata casa. E poi la nuova bimbina di Chiara che vado a conoscere stasera, un po’ di sole nel pomeriggio, figlio 2 che fa il figlio unico con cui ci siamo sbafati mezzo cocomero in due, soprattutto lui, io mi sono anche sbafata mezza focaccia, e le zucchine che stanno rosolando per cena.

Oh, ah, e c’ è anche il Macchianera Award e Scialba si chiedeva se qualcuno la voleva nominare come miglior fake. La trovate qui: https://www.facebook.com/scialba.dellazozza

In limine

Le due madri siedono all’ aperto una di fronte all’ altra separate da un tavolo e dallo sbuffo occasionale della sigaretta. Si conoscono da due giorni, una è l’ interprete. Guardano di lato, vari lati tra tutte e due, e poi quando riescono a rimettersi una parvenza di saracinesca in faccia, si guardano. Tra loro, la seconda opinione, o diagnosi, o sentenza, che l’ altra ha tradotto all’una poco fa.

Una ha appena parlato al telefono con il fronte casa, ha risposto con la voce vivace di sempre con cui veste la saracinesca, con cui risponde al telefono, con cui parla al suo bambino che le sta in collo come un paguro aggrappato alla conchiglia, con cui lo distraeva mentre lo spogliava e lo vestiva mentre lui protestava piangendo disperato, perché a neanche quattro anni e in pochi mesi veramente ha già avuto la sua dose di medici, analisi, tamponi, risonanze, pizzichi. Vivace come quando gli sminuzza pezzo pezzo il mangiare che ancora riesce ad ingoiare da solo, ma solo se sminuzzato. Lasagna, pastina, biscotti al cioccolato, briciola per briciola tutto viene sminuzzato, imboccato e mandato giù. Bravo!

Ogni tanto ride, il bambino, quando vede a tavola una cosa che gli piace o lo incuriosisce e in quella risata c’ è tutto quello che rimane e che rimbalza sulla madre e sulla sua voce vivace e le nutre entrambe.

L’altra sta sul limine: vicina e attenta a non calpestare un confine delicatissimo che sa che c’ è, ma non sa bene dove. Un confine che va rispettato come la cosa sacra che è. E guarda a volte dentro di sé lo specchio di quel confine per ora potenziale, e se ne allontana spaventata. Per questo vede quando la saracinesca si alza ed è grata perché non è la sua, grata perché  il suo confine è ancora intatto, grata perché sa che all’ altra dei confini non importa ormai più niente, ci possono passare sopra anche i carrarmati, non se ne accorgerebbe, perché è già al di là di tutto, tranne quel bambino che la aspetta dentro aggrappato al collo della nonna e quello che verrà. Che lei sa, conosce, ha studiato, ha analizzato e non accetterà mai con tutto il respiro che le rimane.

Finisce la sigaretta.

“Rientriamo, fa freddo”.

Il mio mestiere è un esercizio di gratitudine e di controllo dei confini. Non ci riesco sempre.