Il lavoro dei miei sogni

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Questo è il mese decisivo per il futuro di Ennio, che detta così sembra altamente drammatica, ma si tratta del mese in cui ci toccherà visitare scuole superiori, morire sui risultati del CITO-toets che faranno a febbraio, iscriverlo a un liceo, se i risultati ce lo consentono e aspettare gli esiti del sorteggio. Un momento nella vita di genitori e figli che urla allo psicofarmaco, invocato come ultimo sollievo.

Io, devo dire, sono piuttosto zen su tutto, questo. Invece per il genitore olandese medio, adesso, a 12 anni, si sta giocando tutta la vita e carriera dei figli. Un sistema, come mi spiegava una madonna fiorentina che lavora all’ Università di Amsterdam da decenni, che mira a far diventare notai i figli maschi dei notai e a bloccare il figlio del panettiere turco al livello lavorativo che gli compete. Qualche genio riesce a rompere queste barriere, ma diciamo che lo status quo e il suo mantenimento sono una delle virtù cardinali inconsce degli olandesi, quindi inutile farglielo notare o si offendono.

Ma del sistema, dei test e delle scuole superiori di Amsterdam e relativa scelta vi dirò in un altro momento, quando avrò approfondito, elaborato e sedimentato la cosa. Vi dico solo che maschio alfa stava pensando di prendersi dei giorni di ferie per gestire meglio la preparazione dell’ esame e ricerca scuole (ha fatto un bellissimo file excel con su le scuole della nostra short -ma manco tanto -list, compresa di dettagli, tempi di percorrenza casa-scuola con i mezzi e fra poco aggiungerà quelli in bici. Perché il nostro motto è: be prepared e mentre a me questi sembravano i prodromi del rincoglionimento senile paterno, che sarebbe il contraltare della follia materna primaria, la mia psicologa ha molto incoraggiato la cosa, non solo, dice lei, all’ atto pratico, ma soprattutto come segnale importante a nostro figlio che ci teniamo davvero a lui.

Che dirvi, un po’ non è il mio sistema, immagino che io una roba del genere la farei intorno alla maturità e non ora, quindi forse non mi rendo conto. Un po’ questi isterismi collettivi su certi riti e miti fondanti della nazione sono abbastanza tipici degli olandesi, che sembrano delle patate lesse emotive se ti devi basare sulle espressioni facciali, ma hanno questo senso del dramma che fingono di venderti come motivato razionalmente, io ci sono abituata e finché mi concedono di ignorarli, gli voglio bene ugualmente.

Un po’ lo stress, i patemi e le incazzature le ho esaurite tutte lo scorso anno nel mio conflitto con la scuola, diciamo che nel momento in cui non sono riuscita a togliere Ennio di lì, ho preso atto che ci toccava finire questo maledetto ciclo delle elementari e semmai li denuncio dopo, o forse anche no, dipende, e gli ho promesso che se fatto il test decisivo lui fosse stato ancora infelice come allora, lo toglievo da lì e mi sarei inventata qualcosa per fargli chiudere l’ anno, a costo di trasferirci per tre mesi a Civitaretenga nel container e mandarlo a scuola a Navelli. In realtà dei miglioramenti ci sono stati, la scuola si sforza, i bulli sono stati messi al guinzaglio, lui è felice, e chi sono io per ricominciare a stressarmi se il bambino è felice? Lo stress da momento-topico-per-il-futuro-di-mio-figlio mi sembra in questo momento un problema di lusso per chi non ha altro e infatti lo cedo volentieri a chi è in grado di goderselo appieno. Sono altri i fuochi su cui siamo dovuti saltare ultimamente.

Tutto questo per darvi lo sfondo dei nostri pensieri e del nostro agire attuali, e che in qualche modo vengono assorbiti anche da Orso, che in questo momento è di nuovo in un suo momento di grazia, è cresciuto, maturato, felice, ha imparato a gestirsi gli spigoli della vita e del carattere e bon. Che ogni tanto questi momenti di pausa dalle rogne ce li meritiamo anche noi. Però appunto Orso vede, registra e assorbe.

Così giorni fa mentre guidiamo nei pressi di una scuola superiore, lui si è cominciato a chiedere se fosse importante fare il liceo.

– Senti, si, è una bella scuola e ti dà una visione del mondo ampia, così puoi scegliere dopo quello che ti piace veramente fare. E semmai lo fai all’ università. Ma non è fondamentale nella vita.

– E se non voglio fare l’ università?

– Va bene uguale, l’importante è che tu capisca cosa ti piace fare, e un trucco potrebbe essere che nelle vacanze ti trovi dei lavoretti presso persone o ditte che fanno quello che ti piace, così lo vedi da dentro e capisci se fa davvero per te.

Tace ed elabora.

– Quello che voglio è un lavoro dei tuoi sogni.

(Qui mi ha presa in contropiede, devo dire).

– Ma considera che ognuno ha un sogno diverso nella vita, quindi non esiste un lavoro dei tuoi sogni generico. A te, per esempio, cos’ è che ti piace fare?

Ci pensa. Poi fa un piccolo gesto dismissivo con la mano.

– Ah, no, ma è impossibile. Verrebbe a costare troppo.

– Cosa amore?

– Il nastro adesivo che mi serve.

Allora ho capito che il sogno di Orso è costruire modellini e maquettes, quelli che fa ininterrottamente con carta bianca, forbici e scotch, e l’ occasionale inserimenti di materiali più tecnici, come la busta di plastica trasparente per le finestre della torre di controllo, e l’ alluminio per la seduta dello scivolo.

E ho già informato il mio amico designer che fra un paio d’ anni glielo mando come apprendista, a spazzare lo studio, fare il caffè e costruire maquettes. Ha risposto che va bene. Perché i figli è giusto che abbiano un sogno, il mestiere di noi genitori è aiutarli a capirlo e avviarli. Anche con le raccomandazioni agli amici, se necessario 🙂

4 pensieri su “Il lavoro dei miei sogni

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