Femminuccia a chi?

Cambiare la mentalità, educare, prevenire, accogliere. Dici poco. Certe volte è davvero poco.

Una delle cose che i miei figli hanno imparato in 11 giorni di colonia in Italia è stato insultarsi dandosi della femminuccia. Chissà se poi avessero capito davvero il significato della parola o solo il senso di insulto. So solo che la prima volta che li ho sentiti gli ho fatto un liscebusso spaventoso.

“IO sono una femmina e allora? Vi sembra giusto usarmi per insultare qualcuno?”

(Mi chiedo se delle volte non facciamo di peggio usando a sproposito l’ epiteto di maschiaccio).

Anche per questo ho accolto a suo tempo questo video con sentimenti contrastanti. Eppure il messaggio non è sbagliato. È pure bello. Gioca con gli stereotipi, e Francesco Paolucci lo fa da tanto, con tanti tipi di stereotipo, lo fa molto bene, può permettersi di farlo perché probabilmente davvero li ha superati. A me questo video piace proprio guardarlo di tanto in tanto. Solo che a parte gli schizzi di fango, una ballerina, una squadra di ginnastica artistica, si fanno esattamente lo stesso culo per il proprio sport, ci mettono la stessa determinazione, non portano il paradenti ma si fanno lo stesso un gran male se commettono errori o cadono. Le ragazze in tutù o tutino hanno gli stessi occhi belli e determinati delle rugbiste. Ma la frase finale ci sarebbe stata bene uguale?

Insomma, ecco, potremmo iniziare ad evitare di usare i termini femminuccia e maschiaccio. Così, tanto per capire che succede se lo facciamo con coerenza e regolarità. Neanche tanto per noi, ma per i nostri figlie. E le nostre figlie.

Comunicato stampa.
Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle.
Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza.
Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace accettare la loro libertà.

E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà.
Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla.
Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle Donne
Per adesioni: info at senonoraquando.eu

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