Lavori da donna e imprenditoria femminile

Mettendo in ordine ho ritrovato a ‘casa vecchia’ un post di neanche tanto tempo fa, che mi ero persino dimenticata di aver scritto. Ve lo ripropongo, perché sottoscrivo ancora riga per riga quello che ho scritto allora, che era per una blog action. Mi sembra utile rifletterci di nuovo insieme staccati dall’ occasione e mi piacerebbe che mi diciate cosa ne pensate voi, adesso che è passato un po’ ditempo. e se vi interessa vedervelo nel sito originale con i commenti di allora, lo trovate qui.

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Io mi sono laureata a Magistero all’ Aquila, prima che la facoltà cambiasse nome, e penso che basti già solo il nome  per capire la quantità di studenti maschi che ci giravano, sia in termini assoluti che in percentuale.

Nella vita per pagare l’ affitto ho fatto un sacco di lavori da femmina: ho insegnato, ho fatto l’ inserviente di cucina nelle mense, la commessa, la guida turistica, la hostess alle fiere e da 20 anni faccio soprattutto la traduttrice e l’ interprete. Lo faccio da imprenditrice, ma tant’ è. E l’ unica volta che mi definivo/definivano direttrice, lo ero di una scuola. Di lingue. Basta come stereotipi? Basta.

(La badante, la volontaria, la mamma che partecipa alle attività a scuola lo faccio gratis quindi tengo un attimo fuori dal discorso queste funzioni accessorie).

Per dire che una volta che mi hanno mandata a un incontro organizzato dal ministero degli affari esteri di informazioni per imprenditori olandesi che ci tenevano ad andare oltre confine, e mi sono presentata a qualcuno con quella che era la mia funzione lì, consulente, questo ha risposto con una risata: “Ah, ah, consulente Avon?”. Magari voleva essere simpatico, io spero che con quella testa nel frattempo sia fallito. E lavori per un capo donna di quelli incarogniti. Ma la legge del contrappasso funziona solo in Dante.

Anche quando mi sono diplomata sommelier l’ ho fatto in un periodo in cui le donne in classe con me erano quasi più degli uomini e siccome il vino non lo vendo, ma lo comunico, rieccoci che sto di nuovo nella comunicazione come tipica funzione femminile.

Ora, io mi vorrei concentrare su due di queste figure professionali, l’ imprenditrice e la traduttrice/interprete.

Nel mio periodo imprenditorio ho frequentato tutta una serie di gruppi professionali: e le donne imprenditrici di piccole e medie imprese, e Black Woman che era sulle straniere imprenditrici, e l’ associazione di categoria interpreti e traduttori (in cui rivesto la funzione di Commissione feste e se vi sembra che sia un lavoretto di tutto riposo pensate un attimo voi a organizzare un 45mo e 50 lustro per intero per 1600 soci, del 50mo devo aver parlato in precedenza nel blog vecchio), e il network dei trainer di lingue e l’ associazione di categoria insegnanti di lingue vive (azzo, pure quello ho fatto), e parecchie altre cosette.

Per finire pure un paio d’ anni di consiglio genitori all’ asilo, e non si trattava di fare i lavoretti di Natale o comprare i fiori alle maestre, per quanto abbiamo fatto pure quello.

Nel periodo in cui eravamo membri del consiglio madri, che quello eravamo, ci siamo praticamente dovute sedere sulla sedia della direzione a cui il management aveva tagliato le gambe e quindi, e per fortuna eravamo qualificate, far venire le ispezioni ASL, indirizzare la formazione delle maestre, fare il sondaggio qualità tra i genitori, (io in particolare seguivo la spesa per consigliare prodotti alternativi e più sani ove possibile – tipo buttar fuori come succo di frutta il Wicky che è un concentrato di glucosio e coloranti, senza mezzo grammo di furtta, e inserire quelli veri, anche da succhi concentrati, ma senza troppi additivi, robe così), rimettere a posto la comunicazione con i genitori che se ne volevano andare a mazzetti ma non potevano, consolare le maestre in malattia, con l’ esaurimento, che se ne andavano, e fare persino una newsletter (con quella newsletter ho aperto il mio primo blog, in cui postavo ricette per famiglie con bambini che la collega che faceva la redazione si tirava giù, in modo da scrivere entrambe quando potevamo senza aspettare l’ una l’ altra).

Il tutto nei ritagli di tempo e con il terrore che quel nido, per quanto disastroso, chiudesse visto che era l’ epoca delle liste di attesa di due anni e se chiudeva davvero ci ritrovavamo col culo a terra tutti quanti, ma d’ altro canto andava migliorato e di corsa prima che tutte le maestre se ne andassero con l’ esaurimento nervoso e il posto chiudesse lo stesso, e prima che qualche bambino facesse una brutta fine. E se possibile anche acquistare un po’ di giocattoli adatti ai 3- e 4- enni che si annoiavano a morte.

Ovviamente non pagato, ovviamente per una ditta privata (ex-pubblica, poi semipubblica, poi fallita e riaperta un paio di volte) ovviamente con(tro) il testa di cavolo sessantenne e ignorante con moglie a casa che dirigeva la regione e creava tutti quei casini, e ce ne siamo liberati il giorno che l’ hanno promosso ad altre funzioni e finalmente hanno permesso a quel paio di persone competenti – donne – che lui bloccava su tutto, di fare il proprio lavoro e farlo bene.

Posso dirlo? Di buone prassi al femminile ne ho viste a caterva negli anni. Donne con o senza figli, qualificate, che lavorano duro, che si fanno un culo tanto e che hanno sempre tempo per consigliare una collega in panne, tirar su uno stagista imbranato, ritirare d’ emergenza dall’ asilo il figlio della vicina che sta lavorando a 300 km. di distanza ma il bambino ha la febbre, fare una minestra per l’ amica o collega o vicina che sta in crisi di tempo tanto la sta facendo anche per sé, che ci vuole prendere la pentola grande e farne il doppio, cercare la casa di riposo per il suocero demente, donne che tengono su da sole un ufficio quando tutti i colleghi figliomuniti sono in ferie scolastiche obbligatorie (ma meglio non farle vedere un bambino in quei periodi o li fa al forno), donne mobbizzate che vanno avanti per la propria strada ma a che prezzo, donne mobbizzate che rinunciano e si rifanno una vita altrove ma anche no.

E vi posso dire una cosa, questo riesce molto, ma molto bene tutte le volte che parliamo di donne con una certa autonomia di gestione del proprio lavoro. Magari in casa sono incastrate nei ruoli e negli schemi, magari hanno hobby o non ne hanno più, magari hanno passioni che permettono loro di tenersi il lavoro col mobbing, il marito fedifrago e i figli in crisi adolescenziale senza morire troppo, ma da qualche parte hanno una grossa dose di autonomia che permette loro di tenere su tutto.

Certe volte non è quasi neanche più necessario che siano autonome finanziariamente, basta che lo siano di testa. Chi l’ ha detto che le giornate hanno 24 ore? Un uomo, sicuramente. Le giornate delle donne con vite piene sono flessibili.

L’ imprenditoria femminile, o la libera professione, o la partita IVA sono certe volte l’ unica soluzione per sfuggire agli schemi rigidi del lavoro fisso che invece di usarla questa forza e flessibilità femminile le tarpa le ali.

E vi lascio con un nanetto del convegno Black Women anni fa, in cui una tizia superfigamanager della Rabobank (o era un’ altra banca, boh?) dovendo presentare le finaliste del concorso imprenditrice dell’ anno, osservava, a mo’ di incoraggiamento, che quello che l’ aveva colpita nel leggere le domande per il concorso era come le donne spesso non spieghino le ali. Fanno un business plan senza pensare ai milioni, alla crescita, si danno obiettivi piccoli. Osate di più, diceva, le grandi aziende fanno così.

Porella, lei lo diceva in buona fede, ma il pubblico l’ ascoltava basita con un’ aria da: ma da dove viene questa qui? Non l’hai capito che una donna che si mette in proprio raramente lo fa per diventare la più grossa del settore, in genere lo fa per diventare la migliore, per lavorare meno e meglio e usare il tempo che avanza per tutte quelle cose che la grande azienda non deve fare (vedi lista sopra, compreso il suocero anziano e bisognoso), per creare un modello di buone pratiche, per fare rete. E durante la pausa pranzo si scuoteva la testa sconsolate dicendo: e, vabbè, però è pure vero che lavora per una banca. Che le banche, diceva il mio cliente banchiere, servono per far crescere le imprese. Le donne imprenditrici che conosco io dalle banche si tengono alla larga preferendo la crescita organica.

Lo abbiamo visto dove ha portato questa mentalità di crescita a oltranza, le banche sono finite un paio di anni dopo con il culo a terra e le hanno salvate i nostri soldi, delle nostre tasse, delle nostre piccole imprese tirate su con fiducia, cautela e competenza.

Le buone prassi femminili? Per me sono proprio queste: inventarsi lavori nuovi, puntare a essere le migliori, fare rete. Non mi interessa se poi vinciamo o meno il premio Black Woman dell’ anno, tanto basta guardarsi i rapporti internazionali per capire che oggi in Italia le donne sono come i negri nei campi di cotone: manodopera alla mercè dei favori padronali, non un interlocutore con diritti da esercitare. E questi diritti e la forza interlocutoria tocca allora prenderseli da sole, visto che non ci sarà nessuno a regalarteli.

9 thoughts on “Lavori da donna e imprenditoria femminile

  1. che dire? che sei strepitosa? che sono pienamente d’accordo con tutto quello che scrivi? che ne ho le palle piene di tutto? se rinasco voglio essere un gatto, addormentato sul piumino del letto di un umano che si scazza x comprarmi una ciotola di crocchette

  2. io lavoro a Berlino in un’agenzia di organizzazione eventi e management di musicisti. Ho iniziato l’anno scorso come stagista e ora ho in mano l’intero reparto del Booking. E non ho ancora 21 anni. Sono particolarmente figa io? No, ho la fortuna di vivere in una città che ti prende sul serio, non importa di che sesso o di quale età.
    Un mese fa ero in Italia a casa dei miei e ho lavorato in una fiera come hostess/interprete. Mi veniva da piangere al fastidio di essere lì come un oggetto, alle occhiate, al fatto che tutti mi dessero del tu. Io non idealizzo la Germania, però ci sono senza dubbio delle qualità, per lo meno nell’ambito del lavoro.
    Sulle organizzazioni femminili purtroppo non ti so dire, nel mio ambiente direi che gli uomini soon il 95%, cosa che ogni tanto non è piacevole.
    ok non so perché ho scritto tutte queste cose, sorry!

    1. Lulli, dici cose sante. pure io ho sempre avuto problemi con la figura professionale della hostess, ho amiche che lo fanno da anni e sono un valore aggiunto per i loro clienti, ma hai ragione che la percezione è quella. E poi che altrove ti diano responsabilità e ti prendano sul serio è un fatto, ma è bello averne conferma da chi ci passa.

  3. Chi di noi non passa spesso davanti ad un negozio di vestiti con occhio vitreo ed al contempo sognante. Nessun nostro difetto è cosi’ orgogliosamente portato come la nostra malattia per i vestiti e per la ricerca di un miglioramento estetico. Ma ancora piu’ difficile è convincere il mondo che tu possa essere un imprenditrice, fare cioè che ami e cercarlo di farlo bene senza che qualche risatina alle spalle , spesso proprio dallo stesso sesso, non tiri fuori di te la voglia di fare ancora meglio. Ed eccomi qui a scrivere un mio pensiero sul perchè l’ho fatto e lo faro’. Cosa ho fatto? È un negozio di lingerie () . Ma non pensate a cose come Intimissimi o Tezenis, niente a che vedere, anni luce di distanza, come paragonare un negozio di design con una ferramenta. Quella vetrina, per esempio. Ci sono i sogni di ogni donna (con gli ormoni a posto) che ha voglia di sentirsi femmina, ogni tanto cercando di superare quel limite del vorrei ma non posso. Dello stare morigerata al posto mio mentre il tuo lui si guarda in giro con occhio famelico buttanto gli occhi si cio’ che oramai lo stuzzica e che purtroppo per chi si è lasciata andare non è piu’ lei. Che spesso si diventa la sostituta della mamma e loro di nuovo scapoletti in cerca di acchiappo. Ma è colpa loro? o spesso ci si mette del proprio?

    Come capitava a me quando mi incantavo davanti ad una guepière. Sono arrossita e me la sono squagliata. La seconda volta ho pensato che magari socializzando la cosa potevo farcela, e ho mostrato la guepière al mio ragazzo che come al solito bofonchio’ qualcosa che andava tra il “non ne hai bisogno” al “ti starebbe male”. Desistetti ma dopo mi decisi di comprare un po’ di cose ed a sorpresa…. non vi dico il risultato, non vi dico le amiche che mi hanno seguiti quali risultati hanno ottenuti perchè voi maschietti.. si ve lo dico chiaro… di certo non ci aiutate Sembrano dei bambini con il broncio al quale vuoi dare la cioccolata e ti dicono per dispetto di no, ma poi quando ce l’hanno tra le mani gli si illuminano gli occhi.

    Spesso mi capita di dialogare con qualche cliente che mi racconta le sue storie, le titubanze e le paure. Altre volte invece ho ricevuto delle critiche (ed io ringrazio sempre.. perchè solo con le critiche sincere si migliora) ed altri dei complimenti. Ma mai..ripeto mai.. avrei pensato che cio’ che io avessi ritenuto solo un lavoro-Hobby mi portasse ad avere una comunità di amiche… piu’ sexy, piu’ belle… e piu’ forti di prima Eh si che quando si sa che si vuole e si sa che si puo’ ottenerlo il mondo ti cambia.

    Bene, adesso lo sapete visto che spesso mi si è chiesto “ma chi sei?” “sei troppo sicura di te dietro un computer secondo me sei un fake”… no cari miei… io sono me io sono “molte” ^^

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